21 Aprile. La vita può essere così bella!

Questa data non deve ricordarci solo la scomparsa di Prince. Per questo motivo abbiamo fatto un salto nel passato, scoprendo come la vita possa essere così bella.

21 Aprile 2016. Per i fans di Prince, una data da dimenticare. Non ci piace menzionarla, né tanto meno commemorarla. A modo nostro però vogliamo ricordarla, non per quel terribile fatto legato alla sua scomparsa, ma per qualcosa che è successo in questo stesso giorno, ma molti anni prima. Un salto temporale che ci fa arrivare nel 1985, nei Sunset Sound Studio di Hollywood. Quel giorno Prince registrò una delle sue canzoni più carismatiche, ma nello stesso tempo una delle più introspettive e visionarie, quella Sometimes It Snows In April che esattamente trentun anni dopo sarà menzionata più volte perché nel testo è citata la morte di un uomo, Tracy, il personaggio che Prince interpreta nel film Under The Cherry Moon. Casualità.

Noi vogliamo lasciarci alle spalle la malinconia di quelle note, ricordandovi che in quella stessa data Prince, incise un’altra canzone, anche questa scelta per l’album Parade, pubblicato l’anno successivo. Parliamo di un pezzo che contrasta e si allontana dalla tristezza e dal grigiore di Sometimes It Snows In April. Si tratta di Life Can Be So Nice, brano che già dal titolo trasmette felicità e gioia. Un inno alla vita, alla sua quotidianità e all’amore condiviso con la persona cara. Tutte emozioni che si avvertono nell’ascoltare le strofe che compongono le liriche. Quella che però la rende ancora più spensierata, sono i suoni e la musica che Prince accosta a questi versi.

Una traccia musicalmente articolata, estremamente complessa, capace di conservare per più di tre minuti il suo implacabile groove. La perfetta testimonianza di una visione musicale senza confini, documentata anche dall’improvvisa conclusione della canzone fatta nel bel mezzo di una strofa. Nuove situazioni che Prince ha voluto esplorare e sperimentare, come fece per Around The World In A Day (1985). È, infatti, riconoscibile in Life Can Be So Nice una certa continuità per brani come Tamburine, anche questo strutturato su rulli di tamburi e sonagli. In questa celebrazione alla vita il ritmo musicale è scandito dalle percussioni e dai campanacci suonati da Sheila E.. Le voci di sottofondo sono di Wendy e Lisa. Nessun altro che loro. Per alcuni la presenza dell’amica Sheila E., in sostituzione di Bobby Z., è da interpretare come il possibile segnale di inizio allontanamento tra Prince e i The Revolution. Girls and Boys, Mountains e Anotherloverholenyohead sono le uniche canzoni di Parade che presentano l’intera lineup del gruppo. Life Can Be So Nice è infatti una di quelle canzone “Prince, all vocals and instruments”.

Come per la maggior parte dei brani di Parade, anche per questa traccia ci fu il contributo orchestrale di Clare Fischer. Gli arrangiamenti che però si sentono nell’album, ed anche in una scena del film Under a Cherry Moon, sono quelli voluti da Prince. La versione di Clare Fischer rimane una “unreleased version”.  Dal vivo Prince ha suonato Life Can Be So Nice solo in occasione di alcuni concerti del Parade Tour. Una di quelle poche volte è stata in occasione del concerto del 7 giugno 1986, giorno del suo ventottesimo compleanno, al Cobo Arena di Detroit. Ne abbiamo la testimonianza, perché l’intero spettacolo è stato registrato ed è ben conosciuto dai fans. L’impermeabile fatto roteare e svolazzare a passi di danza. Lui sdraiato sul palco, che tenta di catturare al volo le rose lanciate dal pubblico. Il sassofono suonato da Eric Leeds, rallentato e accelerato ai comandi di Prince e gli sguardi ammiccanti, lo rendono uno dei momenti più emozionanti del concerto.

E’ così che vogliamo celebrare questa data, perché è giusto ricordare Prince sorridente e spensierato, mentre fa quello che più lo emozionava. Motivo in più per gridare: Life Can Be So Nice!

 

 

Black Muse. Quando Prince accosta bellezza ed orgoglio razziale

damarislewis.com

La maggior parte del pubblico lo conosce per i suoi falsetti, urletti e canzoni sensuali, ma sappiate che Prince era ben altro. Uno dei pochi musicisti con più sfaccettature, evidenti in alcuni situazioni, più nascoste in altre. Non camaleontico. A noi piace dire caleidoscopico. Riflessi di suoni, immagini e parole, che potevano sembrare sempre uguali, ma che in realtà erano profondamente diversi e unici. Si, gli argomenti trattai nei suoi testi erano principalmente amore, passione e sentimenti, ma tra la tante canzoni troviamo anche quelle dove cantava di problematiche sociali complesse, spesso collegate alla comunità afroamericana. Prince sin da inizio carriera ha sviluppato una coscienza critica e acuta nei confronti della società e di tutto quello che la caratterizza, nel bene e nel male. Dichiarazioni pubbliche come quelle rilasciate in occasione dei Grammy del 2015 “ … albums still matter. Like books and black lives, albums still matter. Tonight, and always” possono lasciare perplesso i più disattenti, ma non chi lo conosceva bene. Mettere in relazione la musica, l’importanza dei libri, e di conseguenza dell’istruzione, e la vita delle persone, soprattutto quelle afroamericane, è una cosa importante e deve continuare ad esserlo. Di testimonianze scritte e cantate ne abbiamo a decine. Dal capolavoro assoluto di Sing O The Time (1987), preceduto da canzoni come Partyup (1980) e Ronnie Talk to Russia (1981) che hanno anticipato Money Don’t Matter 2 Night (1991), We March (1995), Cinnamon Girl (2004) e Dreamer (2009) sino ad arrivare a Baltimore e Black Muse (2015). Quest’ultime fanno parte entrambe del suo ultimo album, quel Hitnrun Phase Two (2015) scritto e prodotto in un periodo particolare della storia degli Stati Uniti, dove c’era un presidente di colore ed un problema razziale che era ritornato prepotentemente d’attualità con episodi come quelli raccontati in Baltimore. Peculiarità e contesti che rendevano l’album politicamente attuale. Se in Baltimore Prince racconta la cruda cronaca dell’omicidio di Freddie Gray, con Black Muse i toni si fanno più leggeri, ma comunque di lodevole importanza. L’origine etimologica della parola musa è ben conosciuta e risale sin dai tempi dell’antica Grecia. Divinità del canto e della danza, da sempre considerata fonte d’ispirazione per il lavoro di artisti e non solo. Spesso si sente dire che chi perde la musa ispiratrice, che sia rappresentata in forma fisica o come un ideale, smarrisce la propria capacità creativa.

Molteplici le interpretazioni che possiamo dare ad una musa, se accostate al mondo di Prince. La prima cosa che ci viene spontaneo pensare è qualcosa di sensuale e femminile. D’altra parte Prince si è sempre circondato di artiste o pseudo artiste, dalle quali è riuscito a carpire ispirazioni per musiche e canzoni. Considerando gli episodi più rappresentativi, subito ci vengono in mente lo storiche The Revolution, Lisa Coleman e Wendy Melvoin, per poi arrivare a Shela E. sino alle più recenti Janelle Monáe, Támar Davis, Judith Hill e Andy Allo. Ognuna di loro ha influenzato in modo differente personalità e vita professione di Prince. Nel caso di Black Muse l’impressione è che Prince abbia sradicato i significanti classici, quelli rappresentati della mitologia greca per dare una nuova e personale connotazione: quella della musa intesa come orgoglio, in questo caso black, delegata a rappresentare tutto quello che di positivo ed importante ci sarà, e c’è stato, nella storia della società americana ad opera degli afroamericani.

Prince dedica Black Muse ad una giovane ragazza afroamericana che è stata presumibilmente la sua musa negli ultimi anni di vita. Parliamo di Damaris Lewis, bellissima ballerina, modella e presentatrice che spesso si vedeva al fianco di Prince. Dopo aver iniziato a frequentare i corsi di danza alla celebre Fiorello H. LaGuardia High School of Music & Art di New York, Lewis abbandona gli studi perché messa sotto contratto da una celebre agenzia di modelle. Da qui l’inizio di una fortunata carriera nel campo della moda, con sfilate, servizi e copertine. A tutto ciò si aggiungono piccole partecipazioni in qualche film, inviti come speaker in programmi sportivi ed anche collaborazioni per The Africa Channel, dove presenta Behind The Symbol: Music Special, reportage dedicato a Prince e al suo Welcome 2 America – 21 Night Stand al Los Angeles Forum del 2011. È Prince che chiede di incontrarla nel 2010. Diventano subito grandi amici. Nulla di sentimentale, così dichiarano, solo una forte complicità, intesa ed armonia. Prince la invita come ballerina per il Welcome 2 Australia Tour e per il Welcome to Chicago Tour del 2012. Lo accompagna in occasione dell’esibizione al Jimmy Kimmel Show (2012) e allo spettacolo del SXSW ad Austin (2013). E’ con lui sul palco del Montreux Jazz Festival nel 2013. Spesso si vedevano a bordo campo durante le partite di basket, o come è accaduto nel 2014, sulle tribune del Roland Garros a Parigi. C’era anche a Paisley Park il giorno dopo la morte di Prince. In una video intervista online al magazine The Root, Lewis dichiara: “I‘ve never said this on camera, but Black Muse, he wrote that for me”.

La preferenza di una figura femminile come quella di Damaris Lewis, è una scelta mirata che deve essere interpretata come un chiaro esempio artistico da prendere come riferimento, lei, come qualsiasi altro personaggio o artista che ha qualcosa di importante da comunicare. Dimostrazioni concreti che possono essere fonte d’ispirazione per le giovani generazioni, soprattutto quelle afroamericane. Non è un compito semplice. Lo dice lo stesso Prince all’inizio della canzone. C’è tanto da fare, per lui e per la stessa musa, ma tutto è pronto e propizio per un nuovo giorno che sta sorgendo.

Black Muse can I talk to you
What I got to share is mighty good news
A brand new day is dawning
But you and me know what to do
(So much work to do)

Prince non demorde e come fece in occasione del Grammy del 2015 ricorda che la musica, soprattutto quella black come il Blues, il Rock and Roll ed il Jazz, sono chiare dimostrazioni di sopravvivenza e longevità della cultura nera. Gli afroamericani hanno creato qualcosa di eterno che resiste di generazione, in generazione. Per Prince questa musica deve essere una testimonianza che rappresenta la loro forza collettiva. Ulteriore stimolo ed orgoglio per le giovani generazioni.

Black Muse we gonna make it through
Surly people that created rhythm and blues
Rock and roll and jazz
So you know we’re built to last
It’s cool, it’s cool, it’s cool
(Black Muse)

A sottolineare questo pensiero, la scelta di suonare, non solo Black Muse, ma tutto l’album, con una perfetta e magistrale miscela di blues, funk, jazz, gospel e soul, le musiche che più lo hanno rappresentato e che rappresentano la sua comunità. A questo si aggiungono ricchi arrangiamenti estetici e strumentali, fatti con trombe, sax tenore e un trombone. Sette minuti di esplosione emotiva.

Ma la storia di questa canzone non si chiude qui. Non tralasciamo quelli che sono aneddoti interessanti da conoscere. C’è chi dichiara che Prince abbia impostato la struttura compositiva della canzone prendendo come esempio la famosa canzone This Christmas (1970) di Donny Hathaway. Si, un minimo di somiglianza la si può apprezzare, ma capire se veramente è stata fonte d’ispirazione, difficile dirlo. Altra curiosità. La versione dell’album in realtà è l’unione di due canzoni: Black Muse e 1000 Lightyears Away. L’ascoltatore lo intuisce al minuto 4:55 quando armonia e ritmo cambiano rispetto la prima parte della canzone. Perché questo? Unico collegamento possibile le liriche, che continuano ad annunciare un futuro migliore del presente, vissuto però da qualche altra parte, lontano anni luce da qui.

Now that I got your attention
I think it’s ‘bout time I mention
The reason why I wrote this song
Like a UFO sighting
From my heart I am writing
The next close encounter
Tell me how long
Will it be on land or near the water
Will it produce the sun or the black moon daughter
Or a pillow covered with all our tears
1000 light years away from here
(1000 light years from here)
1000 light years away from here
(1000 light years from here)

Come già accennato Black Muse fa parte di Hitnrun Phase Two , album pubblicato nel dicembre del 2015. La versione edit da 3.51min, disponibile solo sulla piattaforma Tidal, è stata scritta alla fine del 2010, l’anno dell’incontro con Damaris Lewis e del Welcome 2 America Tour. La data iniziale di quel tour si tenne a East Rutherford, New Jersey, USA il 15 dicembre. La prima canzone cantata in quel concerto, quindi la prima del tour fu proprio Black Muse. Per risentirla suonata dal vivo una seconda ed ultima volta, bisognerà attendere il concerto del 14 aprile del 2016 al Fox Theatre di Atlanta. Il suo ultimo concerto ufficiale.

Fonte e link:
princevault.com
damarislewis.com
springer.com

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Prince e Janelle Monae. Stima, amicizia ed un pizzico di pazzia

PRINCE – WELCOME 2 AMERICA TOUR – EUROPE

È pronto il nuovo album di Janelle Monae. Il prossimo 27 aprile conosceremo Dirty Computer, quarto progetto della cantante di Kansas City. Ad anticipare l’uscita, due singoli che da settimana scorsa sono disponibili sulle principali piattaforme di streaming. Belli, bellissimi e come spesso si dice, le apparenze non ingannano.  E’ bastato ascoltare Django Jane, ma soprattutto Make Me Feel, per capire che Prince c’è ed è ben riconoscibile. Ulteriore conferma è arrivata dalla stessa cantante che in un intervista a The Guardian, ha dichiarato che i due artisti stavano sviluppando suoni e produzioni per questo nuovo progetto, poco prima che Prince mancasse.

La stima tra i due artisti è sempre stata sincera e partecipe. Ad avvallare questa dichiarazione un certo numero di episodi e aneddoti. In The Electric Lady, album del 2013, Prince è invitato a duettare in Givin’ Em What They Love dove, oltre che a cantare, suona chitarra e basso. Più di una volta i due artisti si incontrarono sullo stesso palco. A Rotterdam in occasione dei concerti di Prince al North Sea Jazz Festival nel luglio del 2011. Pochi giorni dopo erano al NPG Music and Art Festival di Copenhagen. Un aneddoto che si racconta è quello successo ai BET Awards 2013. Nella cerimonia di premiazione di quell’edizione non era prevista la performance di Janelle Monae. Sembra che sia stato lo stesso Prince in persona a chiamare gli organizzatori per convincerli ad aggiungere l’esibizione di Janelle. La sua richiesta non era pretenziosa. Lui conosceva bene il potenziale artistico della cantante e gli sembrava corretto darle una possibilità, soprattutto in occasione di un evento così importante. Quella sera si esibì con Erykah Badu in QUEEN.

Tra le loro apparizioni in coppia, ricordiamo quella del dicembre 2013. Pochi giorni prima dalla fine di quell’anno, Prince era al Mohegan Sun Arena di Uncasville, all’interno dell’omonimo casinò. Tre i concerti in programma. Venerdì, sabato e domenica. Ventisette, ventotto e ventinove dicembre. Sembrava una purple convention dedicata a lui e alla sua musica. Per tutto il weekend era facile incrociare le 3rdEyeGirl, i musicisti dei New Power Generation Horn, la ballerina Damaris Lewise, il rapper Doug E. Fresh ed il personale dell’entourage di Prince che alternavano gli impegni lavorativi con momenti di relax trascorrendoli nei negozi, ristoranti e locali all’interno della struttura che ospitava l’arena.  Per le prime due serate la scelta dell’openig act era caduta su Esperanza Spalding. Per il terzo ed ultimo concerto, Prince chiamò Janelle Monae. Quella sera, vestita di bianco e nero, diede dimostrazione della sua bravura con uno spettacolo carico di funk, soul e new wave. Prince la raggiunse per un cameo in occasione di Givin’ Em What They Love.  Anche lui indossava un abito bianco, con occhiali neri e cappello. Al momento di abbandonare il palco Prince fu letteralmente legato e caricato su di un portapacchi a mano, emulando il personaggio di Hannibal Lecter. Janelle non si fece impressionare, anzi sfrutto al meglio l’influenza artistica lasciata dal “pazzo” per una sua personalissima versione di Let’s Go Crazy, per poi continuare con il suo repertorio.

Episodi indelebili, testimonianze di come Prince, persona seria e pretenziosa durante le sue esibizioni, spesso trovava quel pizzico di originalità per rendere il momento indimenticabile.

Qui sotto alcune immagini che ritraggono Janelle Monae e Prince. Tra queste anche quelle scattale la sera del concerto al Mohegan Sun Arena, facilmente riconoscibili dal bianco e nero e dalla bizzarra uscita di Prince dal palcoscenico.

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North Sea Jazz Festival 2011

 

 

“Reflection” per rivedere Prince e Wendy Melvoin di nuovo insieme

Di solito non celebriamo le ricorrenze. La casualità in questo caso è del tutto accidentale. Da qualche giorno siamo in continuo ascolto di Musicology, l’album che Prince pubblicò nel 2004. Un anno importante e sorprendentemente ricco di eventi, celebrazioni, apparizioni televisive ed un lunghissimo tour promozionale, il Musicology Live 2004ever, con i suoi novantasei concerti tra Stati Uniti e Canada, riconosciuto a fine stagione come il Top Tour più ricco. (pollstar.com).

All’inizio di quell’anno, pochi giorni dopo l’esaltante apparizione live ai Grammy in compagnia di Beyoncé, Prince realizzò una delle sue più emozionanti esibizioni. Tutto avvenne nei KCET Studios il 12 febbraio, in occasione della registrazione di una puntata del The Tavis Smiley Show, episodio che sarà trasmesso dalla PBS Television esattamente una settimana dopo, il 19 febbraio.  La presentazione di Tavis Smiley e la brevissima introduzione di Prince con la chitarra acustica, anticiparono la prima parte dello show, quella dedicata all’intervista, opportunità per parlare di musica passata e presente, dei fans, delle major e dell’imminente album. Al termine di questa, l’annuncio della performance acustica, con una bellissima sorpresa, grazie alla presenza di un’ospite del tutto eccezionale. Con Prince, Wendy Melvoin, amica e storica collaboratrice dai tempi dei The Revolution.   Da giorni si vociferava di una sua possibile partecipazione, ma fu solo vedendola al suo fianco che ogni dubbio venne cancellato e con questo anche le brutte storie che da alcuni anni malignavano sui loro rapporti professionali e personali.  Ritrovarli nuovamente insieme, sereni e sorridenti, per interpretare una toccante versione unplugged di Reflection, rese quell’esibizione unica ed indimenticabile.  La scelta un po’ azzardata per una canzone romantica e personale, sino a quel momento conosciuta solamente dai fans, perché rilasciata esclusivamente attraverso il sito NPGMC di Prince nel marzo del 2003, sottolineò ulteriormente il fascino e la valenza simbolica di quella performance. Solo in seguito si scoprì che quella canzone fu selezionata come traccia conclusiva di Musicology, l’album che Prince pubblicò poche settimane dopo.

Prince e Wendy ebbero occasione di suonare nuovamente Reflection nel giugno del 2007, quando si ritrovarono sul palco in occasione di un concerto al Roosevelt Hotel di Hollywood. Quella fu la seconda e ultima volta. A quanto ci risulta il brano non venne mai più suonato dal vivo.

Fonte:
princevault.com
pbs.org

 

Prince ed il Rock’n’Roll sono vivi, e vivono a Minneapolis!

 

Prince viene catalogato come artista soul, funk e R&B, ma sappiamo bene che racchiudere la sua musica in tre parole è impossibile. Per noi era tutto, qualsiasi suono e vibrazione. Con lui si poteva ascoltate dell’ottimo jazz, la newave più originale, la dance music da club ed il rock più ruvido. Le chitarre, gli assoli e quel modo di suonare alla Santana lo collocano in categorie che rientrano in tutte le sfumature rock. Testimonianze pratiche di quel che dichiariamo sono esempi come Purple Rain, Bambi, Delirious o America giusto per menzionare alcuni titoli. Se poi cerchiamo dimostrazioni un po’ più tangibili, possiamo prendere un brano dove la parola rock è citata. Parliamo di Rock ‘N’ Roll Is Alive! (And It Lives In Minneapolis) canzone scritta e registrata per consacrare non tanto il genere musicale per eccellenza, ma lo spirito che questa musica incarna e tutta la storia che si porta dietro.

Lo spunto per questa canzone, Prince lo prese dell’amico Lenny Kravitz e dalla sua Rock And Roll Is Dead , titolo che apriva l’album Circus del 1995. Quella di Lenny racchiudeva una triste critica rivolta alle persone o agli artisti che lavorano nel mondo della musica rock, gente che si preoccupava molto più della loro immagine che non della loro musica. Artisti che trasmettevano negatività e superficialità, incapaci di rappresentare lo spirito che il rock ha sempre trasmesso. Pochi mesi dopo la risposta di Prince, opinione del tutto personale, in contrasto con quello che Kravitz affermava. Prince dichiarava che l’anima rock, quella che secondo Kravitz era ormai latitante, in realtà era ancora viva e che viveva a Minneapolis. Niente maschere, falsità ed ipocrisia. Minneapolis era il luogo giusto.

La registrazione di Rock ‘N’ Roll Is Alive!, fatta negli studi della Paisley Park, è datata 12 settembre 1995. I cori che si ascoltano nella canzone sono stati registrati in occasione di un altro concerto casalingo, quello 9 settembre, quando Prince, dopo aver menzionato il nuovo singolo di Kravitz, provocò la folla presente con alcune dichiarazioni. “Non penso che il rock sia morto. Cosa ne pensate voi? Penso che sia vivo e che viva a Minneapolis. Lenny sei un mio amico, ma dannazione il rock è vivo”. Da qui i cori “Rock ‘N’ Roll Is Alive! And It Lives In Minneapolis” che fanno da sottofondo in tutte le versione conosciute, compresa quella che venne utilizzata come B side di Gold, uno dei singolo dell’album The Gold Experience (1995).

Il giorno dopo la registrazione del brano, Prince concesse alla KDWB-FM Radio di Minneapolis l’esclusiva del brano. Sulle stesse frequenze, un paio di giorni dopo, fu trasmessa una nuova e diversa versione completamente strumentale conosciuta come Tony Fly Mix, dove si ascolta la voce dello stesso dj che la presentò in precedenza.

Di Rock ‘N’ Roll Is Alive! esiste anche un video, anzi due. La versione ufficiale è quella che apre Love 4 One Another , TV movie trasmesso da VH1 il 27 gennaio del 1996. Questa si differenzia dalla seconda, praticamente identica alla prima, ma dove non appare la protagonista del film, la bellissima attrice Corrie Dana.

In occasione della listening party per la presentazione di The Gold Experience, Prince ebbe modo di nominare nuovamente Lenny Kravitz. Quella sera, per intrattenere i presenti in attesa, si ascoltò una lunga versione di Rock ‘N’ Roll Is Alive!. Contemporaneamente alcuni fogli con il testo della canzone vennero distribuiti. Nei ringraziamenti stampati a bordo pagina anche quello dedicato a Kravitz “Thanx Lenny, call me in Minneapolis“.

Fonte:
princevault.com
simoneniga.com

 

 

Queste le due versini video di Rock ‘N’ Roll Is Alive! (And It Lives In Minneapolis)

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Queste le due versini audio di Rock ‘N’ Roll Is Alive! (And It Lives In Minneapolis)  trasmesse da KDWB-FM Radio 

Rock N’ Roll Is Alive (And It Lives In Minneapolis) [#1] (4:29) Alternate version. Missing some of the crowd backing vocals.


Rock N’ Roll Is Alive (And It Lives In Minneapolis) [#2] (4:40) Alternate version. This is known as the “Tony Fly Mix” and is a remix Prince made including a local DJ’s comments when the track was first played on the air.

 

Con Diamonds And Pearls, l’inizio di una nuova generazione

All’alba degli anni 90 la scena RnB era dominata dal suono del New Jack Swing, un ibrido tra hiphop e soul, genere musicale nato dalle produzioni di Teddy Riley e Bernard Belle. Per Prince l’inizio di quel decennio coincise con la pubblicazione di nuovo album, importante per due motivi: primo la conferma che Prince non aveva perso la sua abilità e maestria nello scrivere e nel comporre hits e secondo la presentazione ufficiale di una nuova band, un collettivo di musicisti che lo accompagnerà nei decenni a seguire. L’album era Diamonds And Pearls e sulla copertina c’era il nome di Prince e dei The New Power Generation.

Il 1991, data di pubblicazione dell’album, è stato il punto zero dei The NPG, il loro big bang. Da quell’istante un inesorabile principio d’espansione. Partendo da quella che fu la formazione originale, negli anni, negli album e soprattutto nei tour successivi iniziò una trasformazione e un mutamento tracciati dalle esigenze e dalla determinazioni di chi li dirigeva, cioè Prince. Dopo lo scioglimento dei The Revolution, la mitica band con la quale registrò tre album (Purple Rain, Around The World In A Day e Parade), Prince produsse i suoi cinque album successivi in solitaria creatività. Probabilmente il desiderio di partecipazione e condivisione lo indussero a farsi nuovamente circondare da una nuova realtà musicale.

Una sorta di selezione ci fu già durante la preparazione del Nude Tour del 1990. Tra i nomi scelti per quella che sarà la formazione originale, alcuni musicisti che avevano già accompagnato Prince nei suoi concerti. Parliamo di personaggi come Levi Seacer, Jr. che da bassista accettò poi di diventare il primo chitarrista della band. A lui si affiancarono Michael Bland, batterista di Minneapolis, Sonny T. con il suo basso, Tommy Barbarella alle tastiere come Rosie Gaines, brava anche come vocalist. Con loro Tony M., Damon Dickson e Kirk Johnson che oltre a cantare erano dei discreti ballerini.

Alcuni di loro, Levi Seacer, Michael Bland e Rosie Gaines, furono da subito chiamati a partecipare al tour mondiale di quell’anno, il Nude Tour. Una lunga sequenze di concerti che toccarono Europa e Giappone. In occasione delle trasferte inglesi e nipponiche, Prince prenotò gli Olympic Studios di Londra e i Warner Pioneer Studio di Tokyo, per una serie di registrazione che portarono alla creazione di alcune delle tracce di Diamonds And Pearls. Le realizzazioni finale con l’aggiunta degli arrangiamenti definitivi ebbero luogo negli studi della Paesley Park a cavallo tra 1990 e 1991. È da queste estenuanti session notturne, che hanno preso vita canzoni come Willing And Able e Money Don’t Matter 2 Night , dove nacque il funk bollente di Gett Off, capace di conquista i club, ed il suono radiofoniche di Cream che portarono nuovamente Prince in cima alla classifica Hot 100. L’album diventò un successo di popolarità e di vendite. Conquistò dischi di platino e rassicurò gli ambiente musicali, soprattutto quello della Warner Bros. che preparò per lui un contratto da 100 milioni di dollari per i successivi sei album ed una scrivania da vice presidente. Quello che è accaduto successivamente ve lo ricordiamo facendovi ritornare alla mente la scritta Slave che spesso appariva sulla guancia di Prince e la decisione di cambiare nome.  Quello dei The New Power Generation invece si era già sentito in I No, la canzone che apre Lovesexy (1989), ma anche nell’album successivo, Graffiti Bridge (1990), dove troviamo una canzone con questo titolo, ma non è dato sapere se era ispirata al gruppo.  Fatto sta che i The NPG accompagneranno il nome di Prince sulle copertine del già citato album del 1991 ed il successivo, The Symbol (1992). Per ritrovare nuovamente questo abbinamento si è dovuto attendere sino al 2002 e al disco live One Nite Alone… Live!

In questo intervallo di tempo, ma anche negli anni successivi, i The NPG sono sempre apparsi, con più o meno visibilità, al fianco di Prince. Da una parte la loro collaborazione per la realizzazione di Come (1994), The Gold Experience (1995), Emancipation (1996) sino ad arrivare a Planet Earth (2007) e dall’altra la loro presenza sul palco in occasione di tour come il Diamonds And Pearls Tour (1992), il The Ultimate Live Experience (1995), il Jam Of The Year World Tour (1997) per poi passare dal Musicology Live 2004ever (2004) sino ad arrivare ai concerti del Welcome 2 America Tour (2012). A differenza di esperimenti precedenti, Prince ha permesso alla band e ad ogni singolo membro di evolversi, mutando e migliorando con l’arrivo o l’abbandono di altri musicisti. L’iniezione di vitalità data da questo continuo mutamento, l’esperienza eclettica portata da più musicisti con caratteristiche differenti hanno influenzato positivamente non solo gli stessi componenti, ma anche lo stesso Prince. I nomi che hanno fatto parte dei The NPG sono numerosi quanto celebri: Morris Hayes, Rhonda Smith, Candy Dulfer, Larry Graham, John Blackwell, Maceo Parker e Renato Neto, solo per citarne alcuni. Per i più curiosi eccovi un pagina dove è possibile trovare un elenco dettagliato.

 

Tre gli album a loro nome: Gold Nigga (1993), Exodus (1995) quello dove compare Tora Tora e Newpower Soul (1998). A questi si aggiungono alcuni brani inseriti in compilation o soundtrack.

La prima esibizione live di Prince con i The NPG risale al 6 gennaio del 1991 in occasione di un concerto al Glam Slam di Minneapolis. Quella che vi proponiamo è la loro prima esibizione televisiva. Si tratta di quella fatta agli MTV Video Music Awards del 5 settembre 1991, quando interpretarono Gett Off  con costumi e coreografie al limite della censura!

 

Fonte:
princevault.com
newpowergeneration.net
blog.thecurrent.org
nytimes.com

 

MTV Video Music Awards, 5 settembre 1991  –  Gett Off