Per una sera il Blue Note diventa il The Pepper Club di Judith Hill

Probabilmente pochi di voi sono a conoscenza del documentario 20 Feet from Stardom e del fatto che nel 2015 si sia aggiudicato un meritato Grammy Award per il Best Music Film. Nel film le protagoniste chiamate a raccontare la propria storia sono in realtà delle comparse. Loro sono le coriste che affiancano le celebrità in occasione di tour e spettacoli. Sono le voci che rimangono in seconda linea a sostegno di chi raccoglie fama e notorietà. Una di queste storie è quella di Judith Hill, bellissima e talentuosa vocalist che ha avuto il meritato privilegio di collaborare con Michael Jackson, Stevie Wonder, John Legend, Spike Lee, che la chiamò per interpretare la colonna sonora del film Red Hook Summer (2012), e con Prince. È proprio lui che, dopo averla ammirata nell’edizione di The Voce USA 2013, la invita a Minneapolis. Insieme realizzano il primo album di Judith, Back in Time (2015), dando così inizio alla sua carriera da cantante solista.

La tappa al Blue Note di Milano è una delle ultime date del Chasing Rainbows Tour, una serie di concerti organizzati nei principali jazz club dell’Europa.  Ad accoglierla un folto e caloroso gruppo di ammiratori, conquistati non solo per le sue passate collaborazioni, ma anche per la sua straordinaria voce e vitalità. Il primo spettacolo era sold out e per il secondo i posti liberi erano davvero pochi. Una partecipazione di pubblico inaspettata che ha piacevolmente sorpreso anche gli organizzatori dell’evento.

Come da programma alle 21.00 si spengono le luci. Rimangono accese solo quelle sul palco. Ad accogliere lei e la sua folta chioma raccolta in uno chignon, una band a dir poco “familiare” poiché troviamo la madre Michiko Hill alle tastiere e il padre Peewee Hill al basso. Con loro le coriste Myra e Jessica, il batterista Michael White e Ronald Ronquillo alla chitarra. Lei si alterna tra pianoforte e chitarra, strumenti che Judith suona con calorosa energia. In pochi minuti l’atmosfera ovattata e un po’ intimidita si infiamma grazie alla sua voce vibrante, con la quale incanta e seduce i presenti.

In scaletta il meglio di ciò che offre il suo limitato ma variopinto repertorio musicale. Soul, blues e funk in un continuo avvicendamento. Momenti di incondizionata emotività durante Beautiful Life, suonata al pianoforte ed introdotta con una dedica alla madre. Cry, Cry, Cry iniziata con relativa spensieratezza per poi trasformarsi in una jam ricca di vocalizzi. Ritmo sostenuto in occasione di Jammin’ in the Basement, Wild Tonight, con Judith in piedi sullo sgabello del pianoforte, My People e Turn Up, interpretate impugnando la chitarra. Le esperienze passate riaffiorano con un accenno a Don’t Stop ‘Til You Get Enough di Michael Jackson.  Spazio anche a The Pepper Club e Queen of The Hill, canzoni che troveremo in Golden Child, il suo nuovo album in uscita il prossimo mese e che, leggendo alcune anticipazioni, sembra sia stato adattato anche per delle rappresentazioni teatrale. Attendiamo curiosi.

Entusiasmo ed adrenalina hanno tenuto vivo lo spettacolo per più di un’ora e mezza. Al temine una meritata standing ovation, accolta da Judith Hill con calorosi ringraziamenti, che lei ha rivolto al pubblico e ai musicisti. Comprensibilmente nessun bis. Da lì a pochi minuti l’inizio del suo secondo show. Judith, comunque, si è dimostrata rispettosa nei confronti dei fans e dopo un veloce cambio d’abito, si è presentata fuori dal camerino per concedere autografi e fotografie.

Per qualcuno la serata è terminata con un selfie. Per altri è proseguita con il secondo spettacolo.  Per tutti il ricordo di una magica festa. A questo si è aggiunta l’occasione per rivedere e per conoscere chi come noi, ama la musica di Judith Hill e ciò che rappresenta. Inevitabilmente la serata si è tinta di viola.

La recnsione la trovate anche su prince.it

Small Club, trent’anni per un bootleg memorabile

Se parliamo di bootleg di Prince, il più celebre e menzionato è senza dubbio quello che tutti conoscono come lo Small Club. La registrazione “pirata” dell’aftershow che il cantante e la sua band iniziarono a suonare alle 3.00 del mattino del 19 agosto 1988 al Paard van Troje di The Hague (Olanda), è uno di quegli eventi storici che qualsiasi fans di Prince avrebbe voluto vivere in prima persona. Quella notte erano in quattrocentocinquanta fortunati spettatori difronte al palco che ospitava Sheila E. alla batteria, Levi Seacer Jr. al basso, Miko Weaver con la seconda chitarra, Dr. Fink con le sue tastiere, Atlanta Bliss alla tromba, le coriste Cat e Boni Boyer e naturalmente Prince. Solo Eric Leeds non era presente all’appello perché un po’ provato a causa dagli impegni precedenti: servizio fotografico nel pomeriggio, soundcheck e concerto serale allo stadio Feyenoord di Rotterdam, il secondo dei tre previsti nella città olandese per il Lovesexy Tour 1988.

L’improvvisa decisione di Prince non diede tempo ai gestori del Paard van Troje di stampare dei biglietti ufficiali da consegnare in cambio dei 15 fiorini (circa 7 euro attuali) pagati per l’ingresso al club. Il problema fu risolto riciclando vecchi tickets inutilizzati di altri concerti. Alcuni spettatori entrarono perché in possesso del pass del backstage del tour timbrato con la data di quel giorno. Una buona parte erano ospiti non paganti. Piccolissimo il palco messo a disposizione. Boni Boyer dovette rinunciare alle sue tastiere perché non c’era spazio sufficiente. Sheila E. non poté allestire la propria batteria, accontentandosi di quella già presente nel locale. Si trattava di una TAMA colore nero, strumento suonato anche da Prince durante Cold Sweat.

Il meglio di sé però Prince lo esibì suonando le sue chitarre: prima la Auerswald Model C di colore bianco e successivamente la Blue Angel. Dopo un’estemporanea introduzione strumentale Prince e musicisti iniziarono la loro esibizione, che si rivelerà ricca di improvvisazioni ed imprevedibili ispirazioni musicali. In poco più di un ora e mezza suonarono D.M.S.R., con un adattamento più che mai funky, la cover di Just My Imagination con un inebriante assolo di chitarra e Housequake con le appassionanti incursioni della tromba di Atlanta Bliss. Continuarono con la già citata Cold Sweat dove Sheila E., lasciato il suo posto a Prince, si improvvisa in una versione in “moviola” del Transmississippi Rap, si quello di It’s Gonna Be A Beautiful Night. Attimi di intimità con Still Would Stand All Time, canzone che sarà pubblicata solo alcuni anni dopo nell’album Graffiti Bridge. Con Forever In My Life si raggiunse il momento culmine dell’esibizione. Le tastiere in loop a dettare il ritmo, la voce di Prince che si incrocia con i cori del pubblico, le distorsioni della sua chitarra alle quali fanno eco quelle suonate da Miko e le incantevoli modulazione vocali di Boni B., resero quell’interpretazione mitica e unica. In chiusura Rave Un2 The Joy Fantastic, un’altra anteprima. Se siete curiosi andate a vedere nella discografia quanti anni passarono prima della pubblicazione dell’omonimo album.

Cosa rende memorabile questo bootleg? Senza dubbio la passione, l’emozione e l’energia trasmessa da Prince attraverso la sua interpretazione. Ma non solo perché a tutto questo si deve aggiungere quella che per noi è la causa principale, conseguenza di influenze sentimentali. La maggior parte dei fans di Prince scoprirono l’esistenza dei bootlegs con questo disco, rigorosamente in vinile. Uno dei primi distribuiti alla fine degli anni ‘80. Ai tempi questi dischi si trovavano tranquillamente negli scaffali dei negozi di dischi. Grazie allo Small Club ci si rese conto che Prince non era solo quell’icona pop conosciuta per le sue hits, per gli album ufficiali, i video su MTV, le copertine dei periodici ed i concerti promozionali. Con questa registrazione ci fu la possibilità di scoprire un nuovo Prince, un artista che si divertiva suonando nel locale sotto casa, che scherzava con i suoi musicisti, che faceva cantare il pubblico e coinvolgeva amichevolmente chi gli stava a pochi centimetri di distanza. È come se le luci di quel piccolo palco abbiano messo in evidenza un Prince diverso. Il bootleg creò un collegamento diretto tra i fans e l’artista, rendendolo quasi una persona normale. Dichiarazione non certo consueta per descrivere Prince.

Se prima della scomparsa di Prince la registrazione completa dello spettacolo al Paard van Troje si trovava solo illegalmente, ora in rete circola di tutto e di più. Da quella originale alle più recenti rimasterizzare (?). Noi vi segnaliamo uno dei tanti, giusto per farvi capire di cosa era capace Prince. Vale davvero la pena riascoltarlo, o perché no, ascoltarlo per la prima volta.

Mixcloud.com – Small Club Live 1988

Link e fonti
princevault.com
omroepwest.nl
twitter.com/zaheerali

Questa la set list completa del concerto

19 Agosto 1988 (a.m.)
Venue Paard van Troje
The Hague, Olanda

Setlist

Instrumental In G
D.M.S.R.
Just My Imagination (Running Away With Me)
People Without
Housequake
Blues In C (If I Had A Harem) (instrumental)
Cold Sweat
Forever In My Life
Still Would Stand All Time
I’ll Take You There
Rave Un2 The Joy Fantastic It’s Gonna Be A Beautiful Night

Judith Hill in concerto al Blue Note il prossimo 9 ottobre

judith-hill

Per diversi anni Judith Hill ha fatto da corista per alcuni dei più importanti gruppi e artisti americani: Stevie Wonder, The Roots, Michael Jackson ed Elton John. Sempre su grandissimi palchi, ma mai da protagonista. La sua storia, insieme ad altre, è raccontata nel film ’20 Feet from the Stardome’, una fotografia sui sacrifici e le fatiche dei ‘backup singers’ di alcuni dei più grandi artisti del nostro tempo.

Nel 2013 arriva la vera svolta per Judith. Decide di partecipare a “The Voice” seguitissimo talent musicale, conquistando il pubblico con la sua voce espressiva, pastosa e piena di soul, candidandosi da subito alla vittoria finale: la superiorità tecnica e artistica della Hill d’altronde è evidentissima.

Judith viene eliminata. L’eliminazione però è quasi un colpo di fortuna, dato che riceve moltissima attenzione dai media, dal pubblico e… da Prince!  Judith passò quindi diversi mesi a Paisley Park a lavorare con il Folletto e con i suoi musicisti di fiducia su quello che sarà il suo primo disco: un concentrato purissimo di funk, soul e r&b, con moltissimi richiami alla ‘old school’ e qualche spunto più moderno.

Fonte e link:
bluenotemilano.com
Judith Hill

 

Judith Hill – Back In Time (Behind-The-Scenes at Paisley Park)

Anderson .Paak sul podio del Carroponte

Lo aspettavamo. Ieri si è esibito al Carroponte. È stato epico. No, ancora di più. È stato leggendario. Potremmo chiude qui il nostro commento al concerto di Anderson .Paak, ma non è pensabile. Bisogna aggiungere qualche giudizio per dar merito a quello che ha fatto. Il suo show non è un semplice concerto e non è minimamente paragonabile a quello di piccoli o grandi artisti (artisti!) trap, soul o pop che troppo spesso si pubblicizzano gratuitamente, senza troppi meriti a discapito di cantanti che andrebbero messi sul piedistallo. Lui è uno di questi e a dirla tutta sul piedistallo ci è salito veramente. Parliamo di quello piazzato sul palco, fronte pubblico, messo lì come un podio per permettere al campione di mostrare il suo trofeo. La sua musica.

Assistere ad uno spettacolo di Anderson Paak è, con riferimento ai suoi due album, l’equivalente di un viaggio che parte da Venice per arrivare sino a Malibu. Un percorso che attraversa i suoi due dischi ricchi di piccoli capolavori e grandi successi che Paak ha proposto e suonato con i Free National la band che lo accompagna ormai da alcuni anni.  Quasi un’ora e mezza di spettacolo, senza pause, che ha preso il via con Come Down, introdotta dell’invito in un quasi perfetto italiano “Milano, facciamo casino!!” Be di casino c’è ne stato fin troppo, sino alle ultime note di Lite Weight, Luh You e del bis The Dreamer. Tra questi titoli c’è stata l’occasione di apprezzare tutto quello che Anderson Paak rappresenta: una equilibrata quanto affascinante miscela di suoni hiphop, soul, funk e reggae interpretati tra salti e balli, intervallati con numerose sedute fronte batteria, strumento che conosce bene e che ha suonato per buona parte dei pezzi. La cosa affascinante è che l’interpretazione fatta da veri musicisti, si musica hiphop e RnB suonata da veri musicisti, gli consente di presentare i brani con arrangiamenti originali, di trasformarli in extended version, per poi riprenderli e riproporli con nuove improvvisazioni. Una bomba. Cose che cantanti simil Paak, followati con milioni di like, non riescono minimamente concepire.

Per i presenti, tanti per riempire l’area allestita del Carroponte, ma sempre troppo pochi per il personaggio, un’esperienza memorabile. Per gli assenti e per chi sottovaluta ingiustamente il nome di Anderson Paak, solo distacco emotivo e doppiaggio musicale.  Comunque noi ridiamo e scherziamo, ma mentre lui porta in giro per l’Europa il suo tour, c’è un certo Dr. Dre che è al lavoro dall’altra parte del mondo, Los Angeles, per completare il prossimo album di Anderson .Paak. Queste sono belle aspettative.

21 Aprile. La vita può essere così bella!

Questa data non deve ricordarci solo la scomparsa di Prince. Per questo motivo abbiamo fatto un salto nel passato, scoprendo come la vita possa essere così bella.

21 Aprile 2016. Per i fans di Prince, una data da dimenticare. Non ci piace menzionarla, né tanto meno commemorarla. A modo nostro però vogliamo ricordarla, non per quel terribile fatto legato alla sua scomparsa, ma per qualcosa che è successo in questo stesso giorno, ma molti anni prima. Un salto temporale che ci fa arrivare nel 1985, nei Sunset Sound Studio di Hollywood. Quel giorno Prince registrò una delle sue canzoni più carismatiche, ma nello stesso tempo una delle più introspettive e visionarie, quella Sometimes It Snows In April che esattamente trentun anni dopo sarà menzionata più volte perché nel testo è citata la morte di un uomo, Tracy, il personaggio che Prince interpreta nel film Under The Cherry Moon. Casualità.

Noi vogliamo lasciarci alle spalle la malinconia di quelle note, ricordandovi che in quella stessa data Prince, incise un’altra canzone, anche questa scelta per l’album Parade, pubblicato l’anno successivo. Parliamo di un pezzo che contrasta e si allontana dalla tristezza e dal grigiore di Sometimes It Snows In April. Si tratta di Life Can Be So Nice, brano che già dal titolo trasmette felicità e gioia. Un inno alla vita, alla sua quotidianità e all’amore condiviso con la persona cara. Tutte emozioni che si avvertono nell’ascoltare le strofe che compongono le liriche. Quella che però la rende ancora più spensierata, sono i suoni e la musica che Prince accosta a questi versi.

Una traccia musicalmente articolata, estremamente complessa, capace di conservare per più di tre minuti il suo implacabile groove. La perfetta testimonianza di una visione musicale senza confini, documentata anche dall’improvvisa conclusione della canzone fatta nel bel mezzo di una strofa. Nuove situazioni che Prince ha voluto esplorare e sperimentare, come fece per Around The World In A Day (1985). È, infatti, riconoscibile in Life Can Be So Nice una certa continuità per brani come Tamburine, anche questo strutturato su rulli di tamburi e sonagli. In questa celebrazione alla vita il ritmo musicale è scandito dalle percussioni e dai campanacci suonati da Sheila E.. Le voci di sottofondo sono di Wendy e Lisa. Nessun altro che loro. Per alcuni la presenza dell’amica Sheila E., in sostituzione di Bobby Z., è da interpretare come il possibile segnale di inizio allontanamento tra Prince e i The Revolution. Girls and Boys, Mountains e Anotherloverholenyohead sono le uniche canzoni di Parade che presentano l’intera lineup del gruppo. Life Can Be So Nice è infatti una di quelle canzone “Prince, all vocals and instruments”.

Come per la maggior parte dei brani di Parade, anche per questa traccia ci fu il contributo orchestrale di Clare Fischer. Gli arrangiamenti che però si sentono nell’album, ed anche in una scena del film Under a Cherry Moon, sono quelli voluti da Prince. La versione di Clare Fischer rimane una “unreleased version”.  Dal vivo Prince ha suonato Life Can Be So Nice solo in occasione di alcuni concerti del Parade Tour. Una di quelle poche volte è stata in occasione del concerto del 7 giugno 1986, giorno del suo ventottesimo compleanno, al Cobo Arena di Detroit. Ne abbiamo la testimonianza, perché l’intero spettacolo è stato registrato ed è ben conosciuto dai fans. L’impermeabile fatto roteare e svolazzare a passi di danza. Lui sdraiato sul palco, che tenta di catturare al volo le rose lanciate dal pubblico. Il sassofono suonato da Eric Leeds, rallentato e accelerato ai comandi di Prince e gli sguardi ammiccanti, lo rendono uno dei momenti più emozionanti del concerto.

E’ così che vogliamo celebrare questa data, perché è giusto ricordare Prince sorridente e spensierato, mentre fa quello che più lo emozionava. Motivo in più per gridare: Life Can Be So Nice!

 

 

Rejjie Snow al Magnolia ha presentato il suo ultimo album, Dear Annie


Il Circolo Magnolia è una di quelle location dove si va a colpo sicuro. Gli eventi in cartellone sono una garanzia. L’altra sera è stato il turno di Alexander Anyaegbunam, meglio conosciuto come Rejjie Snow, artista rap continentale, arriva da Dublino, che in queste settimane è in tour in tutta Europa per presentare il suo ultimo album, Dear Annie pubblicato a febbraio. Personaggio originale e creativo, comparabile ad artisti come Chance the Rapper o GoldLink, Snow ha catturato l’attenzione della critica con alcuni video musicali condivisi sui social ed un primo EP, Rejovich (2013), di grande interesse. Non potevamo perdere l’occasione di vederlo dal vivo, anche perché se artisti come Action Bronson e Kendrick Lamar l’hanno scelto per aprire alcuni loro concerti, significa che l’artista merita.

Quello che si presenta allestito sotto il tendone, è un palcoscenico spoglio, essenziale. Sullo sfondo si legge il suo nome, scritto a caratteri cubitali, alle spalle della console del dj. Oltre a questo nient’altro, se non il microfono. Ad aprire la serata il rapper newyorkese Wiki, con alcuni brani dal suo No Mountains In Manhattan. Prima di lui gli italianissimi Santii, che si sono esibiti con le loro produzioni elettroniche, terminando con la presentazione del nuovo singolo Outsider realizzato con il featuring di Rejjie Snow.

“Make some noise for Rejjie Snow”. E’ così che il dj incita le centocinquanta persone che si trovano dinanzi al palco. Snow, sempre sorridente con gli inseparabili occhiali e cappello, parte a razzo, senza la minima interruzione. Propone una dopo l’altra quelle che sono le canzoni dell’album. Da Rainbows, a 23, da Mon Amour a Egyptian Luvr e Annie, senza però tralasciare qualcosa del passato, come Flexin, Pink Flower e D.R.U.G.S. A parte i consueti ringraziamenti e le lusinghe per la città di Milano, sono stati pochissimi gli interventi di Snow, che a quanto pare preferisce dare spazio alla musica, invitando la platea a ballare e a saltare, scandendo un continuo “ … bounce, bounce …”. A metà concerto una velocissima apparizione di Jesse James Solomon per duettare in The Ends.

Voce efficace quella di Rejjie Snow, elegante, che si modella facilmente alle produzioni hiphop più classiche, come a quelle più elettroniche, lontana comunque dalla trap che domina spietatamente la scena musicale. È sicuramente questa la caratteristica che lo evidenzia e lo allontana dal piattume proposto dal mercato attuale. Sul palco si presenta un po’ annodato, ripetitivo nei movimenti, ma comunque emotivamente partecipe.

Al termine, dopo i saluti e la sua uscita, ci aspettavamo qualche bis, almeno con Charlie Brown, la canzone che vale l’album. Invece nulla, siamo completamente snobbati e lasciati con l’amaro in bocca. Nessun encore. Per noi la serata termina qui, ma non per chi rimane al Magnolia perché si prosegue con un dj set. Noi ci accontentiamo del bel concerto.

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Questo articolo lo trovate anche su theitaliansoul.com

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