Black Muse. Quando Prince accosta bellezza ed orgoglio razziale

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damarislewis.com

La maggior parte del pubblico lo conosce per i suoi falsetti, urletti e canzoni sensuali, ma sappiate che Prince era ben altro. Uno dei pochi musicisti con più sfaccettature, evidenti in alcuni situazioni, più nascoste in altre. Non camaleontico. A noi piace dire caleidoscopico. Riflessi di suoni, immagini e parole, che potevano sembrare sempre uguali, ma che in realtà erano profondamente diversi e unici. Si, gli argomenti trattai nei suoi testi erano principalmente amore, passione e sentimenti, ma tra la tante canzoni troviamo anche quelle dove cantava di problematiche sociali complesse, spesso collegate alla comunità afroamericana. Prince sin da inizio carriera ha sviluppato una coscienza critica e acuta nei confronti della società e di tutto quello che la caratterizza, nel bene e nel male. Dichiarazioni pubbliche come quelle rilasciate in occasione dei Grammy del 2015 “ … albums still matter. Like books and black lives, albums still matter. Tonight, and always” possono lasciare perplesso i più disattenti, ma non chi lo conosceva bene. Mettere in relazione la musica, l’importanza dei libri, e di conseguenza dell’istruzione, e la vita delle persone, soprattutto quelle afroamericane, è una cosa importante e deve continuare ad esserlo. Di testimonianze scritte e cantate ne abbiamo a decine. Dal capolavoro assoluto di Sing O The Time (1987), preceduto da canzoni come Partyup (1980) e Ronnie Talk to Russia (1981) che hanno anticipato Money Don’t Matter 2 Night (1991), We March (1995), Cinnamon Girl (2004) e Dreamer (2009) sino ad arrivare a Baltimore e Black Muse (2015). Quest’ultime fanno parte entrambe del suo ultimo album, quel Hitnrun Phase Two (2015) scritto e prodotto in un periodo particolare della storia degli Stati Uniti, dove c’era un presidente di colore ed un problema razziale che era ritornato prepotentemente d’attualità con episodi come quelli raccontati in Baltimore. Peculiarità e contesti che rendevano l’album politicamente attuale. Se in Baltimore Prince racconta la cruda cronaca dell’omicidio di Freddie Gray, con Black Muse i toni si fanno più leggeri, ma comunque di lodevole importanza. L’origine etimologica della parola musa è ben conosciuta e risale sin dai tempi dell’antica Grecia. Divinità del canto e della danza, da sempre considerata fonte d’ispirazione per il lavoro di artisti e non solo. Spesso si sente dire che chi perde la musa ispiratrice, che sia rappresentata in forma fisica o come un ideale, smarrisce la propria capacità creativa.

Molteplici le interpretazioni che possiamo dare ad una musa, se accostate al mondo di Prince. La prima cosa che ci viene spontaneo pensare è qualcosa di sensuale e femminile. D’altra parte Prince si è sempre circondato di artiste o pseudo artiste, dalle quali è riuscito a carpire ispirazioni per musiche e canzoni. Considerando gli episodi più rappresentativi, subito ci vengono in mente lo storiche The Revolution, Lisa Coleman e Wendy Melvoin, per poi arrivare a Shela E. sino alle più recenti Janelle Monáe, Támar Davis, Judith Hill e Andy Allo. Ognuna di loro ha influenzato in modo differente personalità e vita professione di Prince. Nel caso di Black Muse l’impressione è che Prince abbia sradicato i significanti classici, quelli rappresentati della mitologia greca per dare una nuova e personale connotazione: quella della musa intesa come orgoglio, in questo caso black, delegata a rappresentare tutto quello che di positivo ed importante ci sarà, e c’è stato, nella storia della società americana ad opera degli afroamericani.

Prince dedica Black Muse ad una giovane ragazza afroamericana che è stata presumibilmente la sua musa negli ultimi anni di vita. Parliamo di Damaris Lewis, bellissima ballerina, modella e presentatrice che spesso si vedeva al fianco di Prince. Dopo aver iniziato a frequentare i corsi di danza alla celebre Fiorello H. LaGuardia High School of Music & Art di New York, Lewis abbandona gli studi perché messa sotto contratto da una celebre agenzia di modelle. Da qui l’inizio di una fortunata carriera nel campo della moda, con sfilate, servizi e copertine. A tutto ciò si aggiungono piccole partecipazioni in qualche film, inviti come speaker in programmi sportivi ed anche collaborazioni per The Africa Channel, dove presenta Behind The Symbol: Music Special, reportage dedicato a Prince e al suo Welcome 2 America – 21 Night Stand al Los Angeles Forum del 2011. È Prince che chiede di incontrarla nel 2010. Diventano subito grandi amici. Nulla di sentimentale, così dichiarano, solo una forte complicità, intesa ed armonia. Prince la invita come ballerina per il Welcome 2 Australia Tour e per il Welcome to Chicago Tour del 2012. Lo accompagna in occasione dell’esibizione al Jimmy Kimmel Show (2012) e allo spettacolo del SXSW ad Austin (2013). E’ con lui sul palco del Montreux Jazz Festival nel 2013. Spesso si vedevano a bordo campo durante le partite di basket, o come è accaduto nel 2014, sulle tribune del Roland Garros a Parigi. C’era anche a Paisley Park il giorno dopo la morte di Prince. In una video intervista online al magazine The Root, Lewis dichiara: “I‘ve never said this on camera, but Black Muse, he wrote that for me”.

La preferenza di una figura femminile come quella di Damaris Lewis, è una scelta mirata che deve essere interpretata come un chiaro esempio artistico da prendere come riferimento, lei, come qualsiasi altro personaggio o artista che ha qualcosa di importante da comunicare. Dimostrazioni concreti che possono essere fonte d’ispirazione per le giovani generazioni, soprattutto quelle afroamericane. Non è un compito semplice. Lo dice lo stesso Prince all’inizio della canzone. C’è tanto da fare, per lui e per la stessa musa, ma tutto è pronto e propizio per un nuovo giorno che sta sorgendo.

Black Muse can I talk to you
What I got to share is mighty good news
A brand new day is dawning
But you and me know what to do
(So much work to do)

Prince non demorde e come fece in occasione del Grammy del 2015 ricorda che la musica, soprattutto quella black come il Blues, il Rock and Roll ed il Jazz, sono chiare dimostrazioni di sopravvivenza e longevità della cultura nera. Gli afroamericani hanno creato qualcosa di eterno che resiste di generazione, in generazione. Per Prince questa musica deve essere una testimonianza che rappresenta la loro forza collettiva. Ulteriore stimolo ed orgoglio per le giovani generazioni.

Black Muse we gonna make it through
Surly people that created rhythm and blues
Rock and roll and jazz
So you know we’re built to last
It’s cool, it’s cool, it’s cool
(Black Muse)

A sottolineare questo pensiero, la scelta di suonare, non solo Black Muse, ma tutto l’album, con una perfetta e magistrale miscela di blues, funk, jazz, gospel e soul, le musiche che più lo hanno rappresentato e che rappresentano la sua comunità. A questo si aggiungono ricchi arrangiamenti estetici e strumentali, fatti con trombe, sax tenore e un trombone. Sette minuti di esplosione emotiva.

Ma la storia di questa canzone non si chiude qui. Non tralasciamo quelli che sono aneddoti interessanti da conoscere. C’è chi dichiara che Prince abbia impostato la struttura compositiva della canzone prendendo come esempio la famosa canzone This Christmas (1970) di Donny Hathaway. Si, un minimo di somiglianza la si può apprezzare, ma capire se veramente è stata fonte d’ispirazione, difficile dirlo. Altra curiosità. La versione dell’album in realtà è l’unione di due canzoni: Black Muse e 1000 Lightyears Away. L’ascoltatore lo intuisce al minuto 4:55 quando armonia e ritmo cambiano rispetto la prima parte della canzone. Perché questo? Unico collegamento possibile le liriche, che continuano ad annunciare un futuro migliore del presente, vissuto però da qualche altra parte, lontano anni luce da qui.

Now that I got your attention
I think it’s ‘bout time I mention
The reason why I wrote this song
Like a UFO sighting
From my heart I am writing
The next close encounter
Tell me how long
Will it be on land or near the water
Will it produce the sun or the black moon daughter
Or a pillow covered with all our tears
1000 light years away from here
(1000 light years from here)
1000 light years away from here
(1000 light years from here)

Come già accennato Black Muse fa parte di Hitnrun Phase Two , album pubblicato nel dicembre del 2015. La versione edit da 3.51min, disponibile solo sulla piattaforma Tidal, è stata scritta alla fine del 2010, l’anno dell’incontro con Damaris Lewis e del Welcome 2 America Tour. La data iniziale di quel tour si tenne a East Rutherford, New Jersey, USA il 15 dicembre. La prima canzone cantata in quel concerto, quindi la prima del tour fu proprio Black Muse. Per risentirla suonata dal vivo una seconda ed ultima volta, bisognerà attendere il concerto del 14 aprile del 2016 al Fox Theatre di Atlanta. Il suo ultimo concerto ufficiale.

Fonte e link:
princevault.com
damarislewis.com
springer.com

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