Sampha esce finalmente allo scoperto con il suo album Process

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C’è chi adora mettersi al centro dell’attenzione mediatica e chi come Sampha preferisce mostrarsi sotto luci soffuse. L’ha fatto in questi ultimi anni, collaborando con chi ha avuto fiducia in lui e con chi ha intuito il suo raffinato potenziale. Parliamo di produttori come i SBTRKT e di artisti come Frank Ocean, Drake, Kanye West e non per ultima Solange Knowles. Negli scorsi mesi, però, il giovane artista londinese ha deciso di uscire definitivamente allo scoperto, di spegnere le timide e riservate luci, per accendere i riflettori e puntarli sul suo nuovo album, che arriva dopo gli EP Sundanza (2010) e Dual (2013).

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Process è uscito da pochi giorni, ma Sampha ci aveva deliziato con la pubblicazione di alcune anteprime nel corso dell’anno passato. Timmy’s Prayer prima e Blood On Me dopo, ci hanno conquistato sin dal primo ascolto, soprattutto la seconda con quel suo caotico incedere dubstep, capace di dipingere scenari enigmatici come quelli proposti nel bellissimo video che l’accompagna. Quello che più affascina l’ascoltatore è senza dubbio la sua voce, una voce che in alcuni passaggi risulta quasi in affanno, afona, ma che cattura ed attrae, diventando in questo modo unica.  Sampha riesce ad utilizzarla come se fosse uno strumento. Ha l’indecifrabile capacità di modellarla sia su beats elettronici e dance, come quelli che si ascoltano in Reverse Faults e Under, sia sulle delicate note di un pianoforte, strumento che Sampha suona appassionatamente in Take Me Inside e in (No One Knows Me) Like the Piano, capolavoro di pacata tristezza dedicato a chi di più caro lo ha accompagnato nella vita, la madre mancata durante la realizzazione dell’album, e a cosa continuerà ad accompagnarlo, il pianoforte. Per rendere onore alla sua camaleontica dote interpretativa, andate ad ascoltare la versione in solo piano di Plastic 100°C, traccia introduttiva dell’album, che per emotività e passione fa impallidire, seppur bellissima, quella neo-trip-hop proposta nell’album. Con Kora Sings le corde di un’arpa sono incrociate con delle improvvise percussioni tribali, mentre è in Incomplete Kisses  che troviamo quel pizzico di convenzionalità che potrebbe far avvicinate Sampha al grande pubblico.

L’impressione che abbiamo avuto è che Process sia un album costruito per togliere il fiato, ricco di quella trasparenza autobiografica che lo rende appassionante dall’inizio alla fine. Da un punto di vista artistico appare come una dimostrazione di maestria di Sampha come cantante, musicista e paroliere. Le tracce si susseguono con flessibilità, mostrando influenze suggerite da un Hip-Hop più “rallentato” ed un RnB incupito, il tutto proposto con personalità e classe. A questo punto nasce spontanea una domanda: che passi anche da Sampha il processo di trasformazione del nuovo soul? Noi non abbiamo molti dubbi…

Questa recensione la trovate anche su theitaliansoul.com

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