Forever In My Life, due interpretazioni per un piccolo capolavoro

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Che Sign ‘O’ The Times sia uno dei migliori, se non il miglior disco di Prince, per noi è scontato. Se pensiamo che questo doppio album è stato realizzato eliminando e selezionando canzoni da tre ipotetici progetti precedenti, ci fa rabbrividire. Sign ‘O’ The Times non è stato il suo più grande successo commerciale, ma rappresenta uno dei più alti punti qualitativi raggiunti da Prince, soprattutto nel primo decennio della sua carriera. Al suo interno canzoni indimenticabili, capolavori pop, opere coraggiose e brani dalla doppia angolazione, con letture interpretative differente. Quello che intendiamo dire con letture differenti è forse più chiaro con l’esempio di Forever In My Life, la canzone che chiude il primo dei due dischi. La prima, quella più conosciuta, è logicamente quella che si ascolta nell’album, il risultato della registrazione fatta negli home-studio della casa dove abitava Prince nell’agosto del 1986. L’unica versione conosciuta, sembra non esisterne altre, è arriva per puro caso. Susan Rogers, l’ingegnere del suono che collaborava con l’artista in quegli anni, racconta che per una strana casualità la registrazione presentava la voce di Prince anticipata dai cori di sottofondo, quando tradizionalmente è l’esatto contrario. A Prince lo strano effetto piacque subito e lo mantenne nell’arrangiamento finale. Per quasi tutta la durata del brano voce e cori sono accompagnati da suoni scanditi, ritmati, ripetitivi, un continuo loop che lascia spazio al testo della canzone più che al ritmo. Solo nei secondi conclusivi si fa strada una chitarra classica che però viene sfumata immediatamente.

La chitarra è l’anello di congiunzione con la seconda lettura di questo brano, la versione live. Per la precisione quella proposta nel film concerto di Sign O’ The Times (1987). Una lunga introduzione accompagnata dal battito di mani del pubblico reso ancora più scenografico dall’intermittenza di luci e accendini. A quei tempi non venivano sequestrati all’ingresso dei palazzati.  All’improvviso un accordo di chitarra che da il via ad un’interpretazione magica ed intensa. Prince impugna lo strumento ed inizia a suonare. Alle sue spalle un po’ per volta, arrivano tutti i musicisti e i ballerini che lo accompagnavano in quel fantastico tour: Sheila E., Levi Seacer Jr., Miko Weaver, Dr. Fink, Boni Boyer, Eric Leeds, Atlanta Bliss, Cat, Wally Safford e Greg Brooks. C’è chi canta, chi balla, chi recita e chi suona percussioni sulla base sincopata della canzone. Prince invita Boni Boyer per un assolo vocale e da quel momento l’interpretazione si fa più gospel e l’anima soul prende il sopravento. Il falsetto si fa sempre più acuto, ma nello stesso tempo più intimo ed al culmine di tutto ciò l’asta che sorregge il microfono scivola dalle mani di Prince cadendo. Lui si allontana piangendo (a noi piace pensare che sia cosi). Il rientro in scena è riabilitativo e riporta l’emotività al punto di partenza. Una montagna russa di emozioni.

Due modi di interpretare la stessa canzone. Due modi di ascoltare la stessa canzone. Un solo artista. Un genio.

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