“Art Official Age” e “Plectrumelectrum”, arrivano i primi commenti e le recensioni della stampa italiana

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Primi commenti e recensioni dedicate ai due album che sono usciti oggi

Link: news.google.it

Prince torna e “si fa doppio”: due nuovi album per Roger Nelson

Ci si poteva scommettere sul fatto che Prince aveva concepito l’uscita contemporanea di due nuovi album come il prodotto di due artisti diversi. Che Roger Nelson abbia una personalità a dir poco sfaccettata è un fatto accertato, così come il suo inarrivabile talento. In un momento di crisi dell’industria del disco, i grandi nomi sembrano impegnati a sfidare le logiche del mercato: gli U2 regalano il nuovo album su I-Tunes, Prince ne pubblica due. Uno, «Art Official Age» è, per dir così, un album di Prince, scritto, suonato, prodotto da lui insieme a Joshua Welton, un album molto rilassato, elegante, elettronico.

L’altro, «PlectrumElectrum» è il disco della sua band tutta al femminile, le «3rdEyeGirl», ovvero Donna Grantis chitarre, Hannah Ford Welton batteria e Ida Nielsen basso. Con questa formazione ha trionfato nell’ultimo tour inglese. Dei due è «PlectrumElectrum» il titolo più sorprendente e stimolante. Registrato dal vivo in studio e in analogico, esalta l’aspetto più rock di Prince, con riff di chitarra che evocano la sua ben nota passione per i Led Zeppelin, accenni zappiani, virate pop e molto funk.

Le «3rdEyeGirl» arricchiscono la lunga storia di bravissime musiciste che accompagnano la carriera del genio di Minneapolis: rispetto alle loro colleghe del passato, sembrano più vicine a un’estetica rock. È proprio il leader a portarle verso la musica black, basta pensare al conclusivo «Funkroll», un classico esempio di funk «on the one», secondo i codici di James Brown di cui Prince è un irresistibile apostolo. C’è persino un quasi punk, «Marz», meno di due minuti di furia che piaceranno ai fan dei Ramones.

Un album compatto, che pretende un ascolto ad alto volume, che aggredisce con le sue schitarrate feroci, che concede anche qualche respiro con ballad e ritmiche reggae ma che sembra pensato per spostare più avanti il punto di incontro tra il rock e il funk. «Art Official Age» potrebbe sembrare un album di un altro artista se non si conoscesse Prince, un artista che ha un range espressivo e una conoscenza storico-musicale praticamente senza limiti. Chissà cosa sarebbe successo se avesse fuso i due titoli.

Qui dominano l’elettronica e le ballad, anche se il brano d’apertura, «Art Official Cage» è un omaggio alla techno, «The Gold Standard» è un classico funk disco della tradizione di Minneapolis e «Funkroll» un funk con chitarre heavy. Un’atmosfera rilassata, molto sexy come da tradizione, prodotto con sofisticata eleganza (come da tradizione), con un largo uso di atmosfere soniche. Volutamente, pensando alle atmosfere di «PlectrumElectrum» la chitarra solista è usata con molta parsimonia. Come tutti i grandi, Prince ha il problema di misurarsi con il suo passato.

E da questo punto di vista per «PlectrumElectrum» il confronto è più facile, proprio per la sua natura di esperimento. «Art Official Age» non ha la caratura dei capolavori di un tempo: è un album elegante, anche divertente, ma non tutti i brani sono all’altezza della creatività di uno dei grandi di sempre della musica black. Ma questo perchè si chiama Prince. Perchè se un giovane esordisse con un album così diventerebbe una star.

Fonte:  ilmessaggero.it


Prince
ART OFFICIAL AGE / PLECTRUMELECTRUM

In questi tempi di grandi trasformazioni del mercato musicale ci ritroviamo spesso a chiederci quale sia per un artista oggi il senso di pubblicare un disco. Se poi l’artista in questione è Prince, un uomo che negli ultimi vent’anni ha combattuto una vera e propria battaglia personale contro le case discografiche, internet, i modelli distributivi e certe volte anche contro il personaggio che si era costruito, la domanda si fa ancora più interessante. A maggior ragione quando i dischi sono due, usciti nello stesso giorno, con due diverse line-up, ma entrambi distribuiti dalla Warner, la sua storica casa discografica con cui i rapporti si incrinarono nel 1996 ai tempi di “Chaos and Disorder” e fino ad oggi mai più risanati.
Spesso ci rispondiamo che i dischi sono sempre più dei “biglietti da visita” utili solo per promuovere concerti o altre attività e sempre meno delle opere in cui l’artista si definisce. Prince negli ultimi anni aveva perso del tutto l’urgenza di raccontarsi, e i dischi erano semplicemente degli strumenti per provocare, rompere dei meccanismi distributivi o, altre voltem solo il gesto dovuto per onorare un contratto commerciale.
Beh, ascoltando il primo dei due dischi usciti oggi tocca ricrederci. “Art Official Age” è in tutto e per tutto un ritorno a casa, al funk, a quel suono e a quelle atmosfere che ce lo hanno fatto amare, ma anche uno sguardo e una riflessione sul suono contemporaneo (da The Weeknd a Blood Orange, da Pharrell a Drake) il cui dna risiede nei dischi più rilevanti di Prince. O meglio, di Mr. Nelson.
Come molti dischi di Prince anche questo ha un suo concept: questa volta Mr. Nelson (per la prima volta il suo vero nome viene citato in un disco) si è risvegliato dopo 45 anni in un mondo ovviamente molto cambiato (“There are no such words anymore like me or mine”) e lungo tutto il disco la voce suadente di Lianne La Havas lo guida per mano in questo nuovo scenario.
“Welcome home class, you’ve come a long way”, così parte il disco con un bel 129 bpm, tra chitarrine à la Nile Rodgers e atmosfere degli ultimi Daft Punk, meno cool e più caciarone. Il disco prosegue con alcuni brani già editi ma che messi tutti uno fila all’altro, ai fan duri e puri di Prince fa subito pensare “The Black Album”, il disco misterioso di Prince, lanciato e immediatamente ritirato nel 1987 e poi ripubblicato, con sostanziali modifiche, nel 1994.
“The gold Standard” sembra uscita dalle session di “Superfunkycalifragisexy”, “Breakdown” è la ballad che tutti si aspettano da Prince, “Breakfast can wait” ha quel groove che ancora oggi non ha niente da invidiare da gente Justin Timberlake o Pharrell. E poi c’è “U Know” autentica perla del disco che dimostra come Prince in questi anni non sia rimasto chiuso nella sua torre d’avorio, ma abbia ascoltato e introiettato i suoni nuovi della black music, da Dev Hynes a Frank Ocean.

Certo, il disco non procede tutto sullo stesso piano, tra brani mollicci (“What it feels like”) e dilatati (“Time”), ma anche i pezzi riempitivo (“affirmation III”) risultano interessanti e ricordano certe atmosfere eteree di How to dress well. La traccia “Funknroll” è presente in una versione più r’n’b rispetto a quella contenuta in “PlectrumElectrum”, il secondo disco che esce oggi a firma Prince & 3rdeyegirl, il trio femminile che ha accompagnato quest’estate Prince in un breve tour live in Europa.
“PlectrumElectrum” rappresenta il suo lato “after show”, quello delle lunghe session in localetti marginali nelle ore piccole, spesso accompagnati da musicisti del luogo e che rivelano il Prince musicista puro, chitarrista brillantissimo. E’ una raccolta di puro funk-rock che, se dal vivo funziona a meraviglia, su disco rivela una sostanziale pochezza compositiva. Qui Prince sta un po’ ai margini per lasciare il palco alle tre ragazze – Donna Grantis (chitarra), Hannah Ford Welton (batteria) e Ida Nielsen (basso) – che mettono insieme composizioni tra Led Zeppelin e Livin Colour con un buon tiro, che dal vivo sicuramente funzionano benissimo, ma su disco suona tutto già sentito e sembra quasi la negazione di “Art Official Age”
Ogni tanto arriva qualche zampata principesca tra cross over con l’hip-hop (“BoyTrouble”) e blues rock travolgenti (“AnotherLove”) ma, tornando alla questione affrontata all’inizio della recensione, ci chiediamo quale sia il senso di questo disco.
Ma non fasciamoci troppo la testa.
La notizia comunque è che Prince è tornato, sfoggia una gran bella pettinatura afro, ha fatto pace con un sacco di gente, ha messo da parte i demoni del passato e ora si diverte un casino, e noi con lui.

Fonte: rockol.it


Prince: ritorno al futuro

Il genio di Minneapolis torna oggi con due nuovi album. E cerca di rimettersi in discussione.

Seguire la produzione discografica di Prince è da anni una specie di dovere per i fan. Un po’ come fare i compiti della vacanze, ricordarsi di mandare una cartolina a casa o telefonare alla zia per farle gli auguri di compleanno. Cose non particolarmente esaltanti ma che vanno fatte e basta. Perché dopo si sta meglio tutti e si può tornare con il cuore leggero alle cose del presente. Dopo la fase aurea (gli anni ’80 di Purple Rain e di album totem come Sign O’ The Times e Lovesexy), Prince ha intrapreso una lunga traversata del deserto. Faceva fatica a capire il presente, non gli piaceva l’hip-hop, non apprezzava la dance. Ha abbracciato tra i primi la Rete non perché ne comprendesse le potenzialità ma perché si era illuso che potesse liberarlo da case discografiche e intermediari.

Con il nuovo millennio Prince ha smesso di inseguire l’idea di essere una popstar in carrierae ha accettato l’idea di essere una leggenda vivente. Anche perché lui non aveva capito l’hip-hop ma l’hip-hop aveva capito lui. Lo spiega bene Questlove dei Roots nella sua bellissima autobiografia Mo’ Meta Blues: c’era un’intera generazione di musicisti afroamericani nati e cresciuti nel mito di Prince. Gente che è stata affrancata dalle libertà che lui si era preso con la segregazione musicale e con lo showbuisness degli anni 80. Questlove lo dice chiaramente: c’è una musica “Avanti Prince” e una musica “Dopo Prince”.

Questa consapevolezza ha trasformato la produzione in studio del genio di Minneapolis. Meno lavoro sui dischi e tanto, tantissimo lavoro sul palco. Meno urgenza di raccontarsi attraverso nuove canzoni e molta voglia di consolidare il suo primato sui palcoscenici live. Dal 2000 in poi Prince ha costruito il mito di se stesso come instancabile macchina da concerti. Uscivano dischi strani (l’interessante ma troppo diluito Rainbow Chidren), a volte assurdi (la raccolta di strumentali N.E.W.S.), spesso irrilevanti nella loro leggerezza (l’ultimo 20Ten), troppo spesso tirati fuori dal forno mezzi crudi (Planet Earth e buona parte di 3121). Ma quando saliva sul palco gli si perdonava tutto. Prince col tempo è diventato una specie di monumento che ogni tanto si sveglia e fa un disco. Anche il suo look ormai è più quello di un guru, di un mistico, che di un artista pop.

Con l’uscita congiunta di due nuovi album, Art Official Age e Plectrumelectrum (con la band tutta al femminile 3rdEyeGirl), Prince arriva al suo 34esimo e 35esimo album di studio, escludendo i quintali di materiale che ha venduto online attraverso vari fanclub ufficiali, con modalità tanto capricciose quanto disordinate. Inciso: la storia delle incarnazioni online ufficiali di Prince è tragicomica e travagliata quasi quanto quella del sito Italia.it e meriterebbe un articolo a sé.

Art Official Age e Plectrumelectrum nascono sotto una stella diversa rispetto agli album degli ultimi anni.

Prince ha fatto pace con la sua storica casa discografica, quella Warner Bros che lo aveva messo sotto contratto a 17 anni per farne il nuovo Stevie Wonder. Prince negli anni ’90 era arrivato a odiare la Warner al punto da cambiare nome, da apparire in tv con la scritta Slave (schiavo) sulla faccia, da far uscire dischi sciatti pur di esaurire il proprio contratto. Quella che si è composta, dunque, è una delle fratture più dolorose e disastrose della vicenda creativa di Prince. I due nuovi album escono nel modo più old school possibile: niente blitz come Beyoncé o gli U2. Arrivano in supporto fisico nei canali tradizionali e li troviamo su iTunes, Deezer e Spotify. Anzi sono finiti allegramente online una settimana prima come tutti gli album di una major che si rispetti.

La nuova musica di Prince suona effettivamente più fresca e attuale. Art Official Age ha una coerenza e un equilibrio di cui Prince, nella sua bulimia iperproduttiva, sembrava non essere più capace. È il suo primo album a suonare in qualche modo moderno e non classico nel senso di “classico Prince”. Canzone, dopo canzone sembra dirci «Guardate che in questi ultimi 20 anni non dormivo: pensavo solo ad altro». La magistrale U Know sembra dire a Timbaland “Chi è il tuo papà?”, In Time e Clouds tende la mano a Frank Ocean, Breakfast Can Wait potrebbe essere una hit R&B per una Mariah Carey che volesse mettere la testa a posto.

Prince però guarda la modernità come dal vetro di un acquario. A saperlo leggere tra le righe questo disco dichiara in modo esplicito la sua alterità. La voce di donna che lo risveglia chiamandolo «Mr Nelson» (è la prima volta che Prince usa il suo vero cognome in un album) e che lo avverte che potrebbe sentirsi stordito perché ha dormito negli ultimi 45 anni, è il filo di Arianna per seguire il senso di questo lavoro. Art Official Age è, fin dal titolo, una riflessione sul nostro modo “artificiale” di vivere la musica, quasi fossimo tutti sotto forti sedativi. Prince ascolta, osserva, capisce e magari apprezza. Ma da lontano, dal suo mondo che ormai non ha nulla a che vedere col nostro. Se non in quel momento di epifania, molto reale, in cui sale sul palco davanti a noi e imbraccia la chitarra.

Il secondo disco, Plectrumelectrum, è un gioco. È il Prince virtuoso della chitarra che si riallaccia alle sue origini hendrixiane e, con una band di sole tre ragazze giovanissime, fa da dio quello che ha sempre fatto: mescolare musica bianca e musica nera. Lo riduce a formula? Forse. Le canzoni non sono tutte buone? Una su due si salva. Ma tutto suona molto divertente. Plectrumelectrum è la sua stanza dei giochi, una bolla fuori dallo spazio e dal tempo. Anotherlove da sola contiene, senza alcuno sforzo, tutta la carriera di Lenny Kravitz. E ancora una volta, una costante nella sua storia, per giocare e sentirsi davvero libero, Prince ha bisogno di musiciste donne. Non coriste o ballerine da guardare: ma strumentiste con le quali sembra avere una complicità e un’affinità che difficilmente troverebbe in una band di uomini. Le 3rdEyeGirl, con il loro look hippy fuori da qualunque moda e la loro mostruosa bravura (sono interrottamente in tour con lui da 2 anni), sembrano una fantasia adolescenziale che si materializza. Sono un ritorno alle dinamiche polisessuali e polirazziali delle prime band che Prince formava dagli inizi degli anni ’80.

Prince sta facendo la pace col passato, con le mille personalità che ha cambiato, con le sue ansie religiose e soprattutto con la musica nera che è andata avanti senza di lui. Questi due lavori lo vedono in bilico tra due mondi, indeciso se tuffarsi nel presente. Il giorno in cui sarà davvero capace di uscire dalla sua zona di sicurezza tornerà ad essere rilevante anche come autore e produttore. Fino a quel giorno non ci resta che farci abbagliare dai suoi concerti live.

Fonte: wired.it

5 comments

  1. se dico che plectrumelectrum è bruttino, qualcuno si offende ? al confronto Chaos & Dorder è un gioiellino.
    Assurdo scartare Screwdriver , la migliore del lotto.

    Art Official Age me gusta molto, molto contemporaneo, e al tempo stesso ci sono un paio di pezzi che sembrano provenire direttamente dalle sessioni anni 80 organizzate per gli album dei Time di Morris Day.
    Avrei messo qualche pezzo in più, dopo tanti anni di (quasi) assenza mi pare il minimo.

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  2. Sono in ascolto dei due album da tre giorni. Sarò sincero. Art Official Age non mi ha ancora convinto. A parte canzoni come Breakdown, U Know o Way Back Home il resto sa di poco e le produzioni non mi esaltano particolarmente. Preferisco il suono più rock e deciso di Plectrum anche se alcuni brani si potevano evitare. L’impressione che ho è che lui aveva pronto Plectrum ma una volta avuto il contratto con la Warner ha pensato di strafare e riarrangiare alcune produzione per poi metterle su Art.

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  3. Salve a tutti e innanzitutto complimenti per il blog, che ho scoperto di recente e sottoscritto al feed or ora! ;)

    Sono molto d’accordo con quanto “ricostruito” nei due articoli italiani sopra riportati. Non tanto con la chiusura del secondo però, che pare suggerire che i due nuovi album di Prince lascino a desiderare, cosa che in un certo senso stride col sentimento profuso nell’intero articolo.

    Quanto a me, se al momento sospendo il giudizio su PlectrumElectrum (che di seguito indicherò semplicemente come “Plectrum”) che sembrava dovesse costituire di fatto il Suo ritorno (e ringrazio per ora pezzi come Tic Tac Toe o Stop This Train per spezzarne la monotonia e allietare con la melodia) posso davvero dire di essere rimasto entusiasta di Art Official Age (che di seguito indicherò semplicemente come AOA), che per contro sembrava appunto fatto per strafare (ma non saprei dire se fosse una volontà di Prince o una “necessità” della Warner, data la difficile digeribilità di Plectrum), e che non mi aveva convinto ascoltando in particolare i leak di Clouds e U Know, rimandandomi a una produzione patinata e poco originale, seppure di classe, simile a quanto contenuto in 3121 (o giù di lì).

    Trascinato forse anche io dell’era “artificiale”, per la primissima volta nella mia vita ho scaricato Spotify (che, con mia sorpresa, apprezzo molto!) e ho ascoltato i 2 album per intero (e a rotazione! Specie AOA).
    Inizialmente, mi ero proposto di acquistarli presso uno dei pochi “wrecka stow” :) ancora sopravvissuti, ma:
    1) forse il mio inconscio mi diceva di ascoltarli prima, vista la delusione degli ultimi dischi di Prince (Planet Earth e 2010 su tutti)… {anche se poi va a finire che acquisto tutti i suoi dischi!}
    2) aspetterò l’arrivo del vinile in negozio, che peraltro dovrebbe contenere anche la possibilità di download degli mp3, tanto per fare una cosa proprio Old School …senza però dimenticare la comodità del digitale :)

    Fatto sta che mi sono abbandonato all’ascolto dell’intero album e per la prima volta in almeno 10 anni (o forse 20!) sono rimasto entusiasta di AOA, risvegliato anche io, come Mr. Nelson, da un lungo sonno e di nuovo col sorriso di quando da adolescente ascoltavo (riscoprendoli, dato che cominciai a seguirlo solo dall’89) un nuovo album di Prince nel senso stretto del termine, vale a dire coinvolgente, emozionante, coeso, personale. – Quasi non ci speravo più :) – peraltro sono rimasto doppiamente spiazzato, visto che sembrava che dovesse esserci solo Plectrum, che non mi convinse molto a partire dai leak, forse perché troppo “omogeneo” nel genere in cui si colloca.

    Addirittura, ora che la mia trial di Spotify è terminata, e che posso ascoltare l’album solo in modalità free, e quindi random, con tanto di incursioni di vecchi brani di Prince, resto seccato quando ascolto i suoi più antichi successi e consumo di fila i 6 skip orari concessi per tornare ai brani del nuovo album!
    Questo aneddoto per me è eloquente, dal momento che come per la maggior parte dei fan di Prince, pur apprezzando tutta la sua produzione (o quasi), ero rimasto legato alla sua migliore discografia (finanche ai primissimi anni 90, ovvero fino al “love symbol” album, che per me, sino al 29 settembre scorso :) rappresentava l’ultimo album di Prince, in senso commerciale almeno).

    Non è forse un caso che nel 1993 in Come dichiarò la sua “morte” artistica (o discografica o anagrafica?) e che solo ora, riappropriatosi in verità già da un pò del nome, e riunitosi con la Warner sembra “essere davvero di nuovo tra noi!” (E di questo lui pare essere consapevole, vedasi in particolare il parlato presente in “Clouds” che allude a un suo risveglio… Forse raddoppiando il tempo – dal 1992 ad oggi passano 22 anni e lui curiosamente in AOA fa riferimento a un “coma” durato 45 anni…)

    {Inciso: visto anche che se ne parla ne due articoli di cui sopra, credo che sebbene sia buona cosa sperimentare e “ribellarsi al sistema” quando opportuno, pur comprendendo le ragioni di Prince, credo che sbagliò quando ruppe con la Warner (c’era, e ancora tutto sommato c’è, bisogno di una major per distribuire musica, almeno senza farla morire) e la Warner stessa “moderandolo” sin dai tempi d’oro lo salvò in più di una occasione (Sign ‘O the Times è perfetto così come è, e se fosse stato triplo, visti anche gli altri brani che Crystal Ball pare avrebbe dovuto contenere, non sarebbe stato la stessa cosa, oltre a vendere sicuramente di meno visto la presenza di 3 dischi). A conferma di questo, basti pensare al pasticcio combinato col triplo Emancipation, nel ’96, non appena emancipatosi dalla Warner. – In una intervista il nostro disse “(…) in questo album c’è musica per tutti” … E per nessuno, aggiungerei io… Se ci fosse stata la Warner, credo avrebbe fatto un cut tale da farne uscire fuori un album singolo, discutibile ma gradevole.
    Peraltro, la Warner gli consentì di sfornare tanta altra sua musica mediante “outlet” come The Time e gli altri progetti musicali paralleli che qui non sto a menzionare. – Di fatto Prince, parafrasando una parabola biblica della religione a lui cara, è infine tornato all’ovile. E di questo sono soddisfatto anche su un piano personale, in quanto fondamentalmente mi dà ragione su quanto ho sempre pensato e or ora riassunto – semmai ci fosse stato bisogno di sancirlo}.

    Lungi dal voler recensire AOA in senso stretto, ovvero snocciolando brano per brano, qui e ora posso solo esprimere la mia e consigliarne l’ascolto, premendo sulla necessità di lasciare ogni preconcetto e timore… semplicemente abbandonandosi all’ascolto.
    E cantandomela e suonandomela da solo :), posso dirvi che c’è da fidarsi, considerato che sono stato tra i più scettici ogni volta che, a sproposito, si parlava di un “ritorno” di Prince, quasi puntualmente alla pubblicazione di un nuovo album a partire almeno dal 2000 in poi… Stavolta un ritorno c’è, anzi una rinascita, o forse un risveglio da un lungo coma, appunto.
    Mi prendo la briga tuttavia di sottolineare solamente che si tratta di un album, fortunatamente moderno, dalle sonorità fresche e dalle tematiche attuali, e non di un revival anni ’80 come tanti sperano – con una eccezione almeno per The Gold Standard, brano che ti riporta davvero indietro nel tempo e che di fatto stona un po’ col resto dell’album, quanto meno perché pare interrompere la catena narrativa dell'”opera”
    La stessa copertina di AOA, che apprezzo per i toni pastello, freschi come le sonorità racchiuse, ma di fronte alla quale storsi di primo acchito il naso per via della presenza del vinile platinato di Purple Rain sullo sfondo, dipinge questo ritorno di Prince a una produzione discografica più genuina e coesa (e di fatto, non mi stancherò di dirlo, alla Warner).
    Questo però non contraddice la posizione di Prince secondo cui non si debba guardare al passato: di fatti, i dischi di platino di Purple Rain presenti in copertina sono sfocati e posti alle sue spalle, come per dire “il passato non si dimentica, certo, ma bisogna guardare avanti!”…un pò come sfogliare vecchi album delle fotografie: è sicuramente piacevole, ma la vita deve continuare, e lo farà inevitabilmente!

    Prince “è di nuovo tra noi”!

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