Con “Black Panties” torna R. Kelly. Ma ci lascia perplessi

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È tornato R. Kelly. Non che fosse mai sparito, anzi: in questi ultimi dodici mesi l’abbiamo visto duettare con Bruno Mars, Justin Bieber ed anche con Lady Gaga. Sarà una coincidenza, ma tutto questo ha preannunciato il suo ritorno artistico con la pubblicazione di un nuovo disco che va ad aggiungersi ad una già ricca ed importante discografia con la quale si è guadagnato l’indiscusso appellativo di Re dell’R&B.

Black Panties è il titolo dell’album e mai come in questa situazione titolo e copertina risultano essere più perspicaci ed espliciti. Tutti noi eravamo fiduciosi, e sotto sotto lo speravamo veramente, che con il percorso intrapreso con i brillanti Write Me Back (2012) e Love Letter (2010) il ragazzo di Chicago fosse riuscito ad allontanare quello che è il suo chiodo fisso, il sesso, ossessione incalzante che l’ha visto protagonista di guai giudiziari non di irrilevante gravità. Ed invece eccolo di nuovo ritornare con i soliti argomenti, il suo solito atteggiamento da seduttore e con tutta una nuova collezione di occhiali da sole, dietro i quali nascondere uno sguardo da diavolo tentatore. Un Barry White moderno, molto più “funkytarro” però. Se negli anni ’70 il classico “looove baby” sussurrato dalla voce profonda e spessa di Barry White era diventata la colonna sonora di romantici appuntamenti, negli anni ’90 e Duemila il suo trono è stato ereditato da R.Kelly che con voce vibrante e palpitante ha sostituito il “looove” con parole ben più esplicite.

Lui è fatto così. Un artista trasversale, con qualità eccellenti come scrittore e produttore che negli ultimi due decenni l’hanno portato a diventare quasi una divinità, artisticamente parlando. È la stessa persona che prima riesce a comporre un I Believe I Can Fly, poi realizza una soap opera R&B a puntate, “Trapped in the Closet”, come fosse un melodramma lirico, e adesso propone un album come questo molto Parental Advisory Explicit Lyrics, forse il più Explicit da lui pubblicato. Produzioni, musiche R&B anni ’90 con una dose di rap nuova scuola. Per lui una formula magica ben oliata, una combinazione vincente che però in questo suo ultimo capitolo solo in parte raggiunge il risultato desiderato. Un chiaro ritorno al passato che a noi sinceramente non entusiasma

Esempi come Legs Shakin, accompagnato per l’occasione da Ludacris, o Cookie, ma soprattutto Marry The Pussy, dove il titolo è ripetuto in loop per chissà quale sfiancante motivo, al primo ascolto lasciano poco al pubblico e per questo si è costretti a riascoltarle più di una volta per riuscire a trarre piacere e soddisfazione. Anche il duetto con Kelly Rowland, All the Way, pur mantenendo alta l’attenzione dell’ascoltatore, risulta essere insipido. Solo con You Deserve Better, una ballata ispirata dallo stile Drake, si inizia ad apprezzare il disco e si continua a farlo con Right Back dove glorifica la lealtà e la forza della sua comunità e dei suoi amici. Apprezzabile anche l’ennesima auto proclamazione in My Story con 2Chainz, con la quale tenta di dimostrare al mondo che la sua esistenza non gira tutta intorno all’eros. Bella scelta come primo singolo. Una nota di merito anche per Genius, soprattutto perché la musica, il piano e i suoni ci ricordano tanto The Beautiful Ones di Prince.

Si deve poi passare da Spend That, brano da club realizzato in collaborazione con Young Jeezy, per arrivare a sentire quella che definiamo la canzone che vale un intero album. Stiamo parlando di Shut Up, con la quale possiamo apprezzare l’ R.Kelly che non delude mai. Produzione perfetta: synth, batteria, l’immancabile claps-claps che ti intrappola già al primo ascolto, le note del pianoforte che si aggiungono con un sottile coro gospel, il tutto utilizzato per una positiva autoaffermazione contro i rivali che lo davano finito dopo un intervento alla gola. Un confronto fatto da domande e risposte, una conversazione spiovente che porta ad un epilogo da ovazione. Ci manca solo il coro finale alla The World’s Greatest, ma accontentiamoci.

Un po’ triste pensare ad un disco di R. Kelly nel quale riusciamo a salvare solo un pugno di tracce ed è ancora più penoso se si è costretti a saltare alla traccia n°13 per ascoltare qualcosa di piacevole. C’è qualcosa che non va. Se ci limitassimo a commentare Black Panties dal punto di vista delle liriche, potremmo descrivere il tutto come tante scene di un film a luci rosse. Sul lato opposto abbiamo fortunatamente ancora delle buone produzioni e una voce che, se non è modificata da un inutile auto-tuned, è ancora pericolosamente armoniosa.

Spesso l’R&B è abbinato a storie romantiche e a tecniche di seduzione, ma attenzione ché se si esagera si rischia di essere definitivamente marchiati come malati di sesso. A noi piace l’R. Kelly che ci fa “volare” e ballare… step to the left, step to the right!

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Questa recensione la potete leggere anche su Music Post

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