“The Marshall Mathers LP2″: con Eminem è sempre una piacevole sorpresa

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Abbiamo ascoltato il nuovo disco di Eminem e ci siamo resi conto di come la musica hip-hop sia profondamente cambiata. Possiamo apprezzare la sperimentazione, l’album perfettamente confezionato con il solo scopo di poter guadagnare, le belle donne nei video e il tintinnio dei bicchieri di champagne, ma quando si parla di musica rap bisogna sempre cominciare dal basso, non come espressione denigratoria, ma piuttosto come punto di partenza autentico ed originale.

Ci voleva The Marshall Mathers LP 2 di Eminem per farci riacquistare consapevolezza, e se pensiamo che questo avviene grazie ad un ragazzo, a quarant’anni ci consideriamo ancora ragazzi, dalla carnagione chiara, è tutto un dire.

Personaggio difficile il rapper di Detroit. Guardandolo, si ha spesso l’impressione che non sia del tutto tranquillo con se stesso o con chi gli sta di fronte, con quella tipica aria di chi si trova sempre sotto esame, con la voglia o la sfortuna di dover sempre dimostrare la sua importanza e la sua bravura. Circostanze che si percepiscono anche in quest’album.

Si avverte dalla musica, ma soprattutto dal suo modo di rappare. Se tralasciamo la complicata interpretazione delle liriche e valutiamo il disco per quello che ci trasmette emotivamente, traspare in tutte le canzoni la tensione e la rabbia contro problemi e paure, passate o presenti: infanzia difficile, mancanza di una figura paterna con la continua indifferenza di quella materna, complicazioni nel relazionarsi con i coetanei e come unica gratificazione e via di sfogo quella di scrivere e cantare.

L’abilità di Eminem è quella di riuscire a raggruppare questi argomenti, presentandoli con la formula che sta alla base dell’hip-hop: attirare il pubblico con la musica migliore e le rime più pungenti e sarcastiche.

Ne è una bella dimostrazione Berzerk, che al suo primo ascolto ci ha fatto sobbalzare pensando ad una collaborazione con i Beastie Boys, ma poi vedendo il professor Rick Rubin nel video che accompagna il brano, abbiamo capito che quella era solo la giusta anticipazione a ciò che avremmo ascoltato nel disco.

L’apertura con Bad Guy sembra il prolungamento a Stan la canzone che meglio rappresenta The Marshall Mathers album del 2001. Eminem, con lo stesso flow, continua a raccontare il difficile rapporto che lo lega ai suoi fans, un legame tanto forte quanto la paura di perderli, rischiando così di cadere nella solitudine del qualunquismo. La voglia di dimostrare la sua bravura è espressa e consolidata nella sorprendente Rap God dove sul finale la velocità con la quale declama rime e versi sembra somigliare ad una raffica di mitra pronta ad eliminare ogni dubbio o rivale.

Brainless ma soprattutto Legacy, con quel triste sottofondo di pioggia, esprimono chiaramente come Eminem abbia sofferto da ragazzino e di com’è difficile farsi carico di un’eredità fatta di soprusi adolescenziale. La cadenza nelle strofe e l’aumento progressivo del tono di voce, tecnica che spesso utilizza, accentuano la rabbia e la voglia di vendetta che in lui non svaniranno mai. Immancabili le canzoni di provocazione dedicate alla ex moglie, Stronger Than I Was, alla madre, Headlights, qui accompagnato da Nate Ruess, il frontman della band Fun, e al padre con Rhyme or Reason, dove probabilmente le musiche dei The Zombies non sono state scelte a caso da Rick Rubin per quella che è l’ennesima dichiarazione di disagio verso un padre irresponsabile.

Eminen, comunque, non è solo problemi e controversie esistenziali, il perfetto cliente che ogni analista vorrebbe avere. A modo suo riesce ancora a divertirsi e a farci divertire. Succede in So Far… e nel duetto Love Game, in compagnia di Kendrick Lamar, dove –senza l’accanimento mostrato in passatoritroviamo il suo inconfondibile sarcasmo, irriverenza e cinismo. Ancora una volta Rick Rubin ci mette del suo ripescando The Game of Love di Wayne Fontana & The Mindbenders e con l’aggiunta di una chitarra rock-country marchia la canzone con il sigillo del maestro.

Un altro elemento peculiare di Eminem sono le consuete prese per i fondelli (lui userebbe un termine ben più esplicito) rivolte a buona parte della scena pop femminile e non solo. L’esempio più lampante è Evil Twin, dove ritorna il the real Slim Shady. il suo l’alter ego più cattivo e con lui tutta la voglia di sfottere e sbeffeggiare, in pieno stile rap. Non dimentichiamo poi The Monster dove ritroviamo Rihanna, invitata anche in questo disco a duettare per quello che probabilmente diventerà un nuovo classico.

The Marshall Mathers LP 2 è e resterà un punto di svolta per Eminem, che con quest’album riesce a dare il giusto impulso e slancio alla sua carriera artistica, che con i due precedenti lp si era un tantino eclissata. Nessun paragone con il precedente The Marshall Mathers, da molti considerato l’apice del suo successo. Ogni disco ha una propria storia ed in questo Eminem dichiara di non voler assuefarsi al ben pensare, rifiutano ogni stereotipo del rap, evitando così di rimanere intrappolato in luoghi comuni che spesso inibiscono la fantasia di molti artisti hip-hop.

Sarebbe troppo facile criticarlo nel proporre sempre le stesse storie, ma con la sua scomoda schiettezza e la sua capacità nel raccontarle non puoi che apprezzarlo. Che vi piaccia o no, per noi è una dimostrazione di maturità.

Questa recensione è stata scritta per musicpost.it