“Love in the Future” di John Legend

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John Legend, il professore dell’R&B, è ritornato con un nuovo disco. Abbiamo dovuto attendere cinque anni per passare da Evolver (2008) a Love in the Future, un album atteso da tempo e preceduto, nel corso di quest’anno, già da tre singoli.

Il giovane artista, che appare sempre più maturo della sua età forse per quel suo aspetto da gentleman, non ha bisogno di tante presentazioni ed anche per quelli che non hanno dimestichezza con la musica soul il nome John Legend è ben noto. Sono pochi i cantanti che come lui hanno trovato la formula perfetta per proporre ad un pubblico di massa un tipo di musica soul molto commerciale, ma nello stesso tempo raffinata e distinta, riuscendo a fonderla, in più di un’occasione, con il rap e con il pop.

La sua voce intensa e penetrante è identificabile tra le tante che oggi il panorama musicale propone, mentre la sua ampiezza gli permette di toccare le note più alte senza incertezze o mancanze. Quando poi tutto questo è accompagnato dalle note di un pianoforte che lui suona divinamente, è facile esprimersi e realizzare quello che più si desidera e cioè comporre canzoni che parlano d’amore e di passione, con tutte le loro sfaccettature, lucidate ed esposte come pietre preziose. Sì perché messo da parte il concept-social-album Wake Up! (2010) registrato con i The Roots, ispirati dalla ventata di freschezza politica provocata dall’arrivo di Obama, John Legend ritorna a comporre per ammaliare e affascinare.

Ascoltando l’album si percepisce un senso di positività e felicità. Un abbraccio alla vita e all’amore che sta per cominciare, a breve si sposerà, e che ci si augura possa continuare nel futuro.  Nel suo insieme il disco è più ponderato e riflessivo rispetto ai precedenti, diminuendo così l’impatto nelle attese dei fans. Infatti, i singoli già pubblicati non hanno ottenuto i risultati che probabilmente Legend si aspettava. Ma a questo sembra essere abituato. Se da una parte il suo valore artistico è riconosciuto senza distinzioni, dall’altra parte è anche vero che le sue canzoni non sono mai state delle vere e proprie hit. Una cosa che a nostro parere si ripeterà anche per questo disco.

Il primo singolo rilasciato è stato Who Do We Think We Are, canzone morbida che sembra giungere da un passato recente proprio come il sample utilizzato e rubato al brano Mr. Big Stuff (1971) di Jean Knight’s, dove troviamo anche il rap di Rick Ross che di certo non stona e non appesantisce come la sua stazza, ma che sinceramente se ne poteva fare anche a meno. Il pezzo non acquista nessun valore aggiunto. Made To Love è un mid-tempo cadenzato e deciso, dove gli iniziali suoni tribali sono poi accompagnati dalla magnetica voce di Kimbra, sì la stessa che ha duettato con Gotye nel singolo Somebody That I Used to Know (2011). A questi due si è aggiunto il terzo singolo che è quello che noi preferiamo. All of Me è una solitaria ballata dove le vibrazioni canore e le note del piano, che John Legend suona come una sorta di preghiera, arrivano ad emozionarci a tal punto da costringerci a cambiar traccia per non farci brillare gli occhi dalla commozione.

La maggior parte delle canzoni, pur essendo prodotte da Kanye West, non fuoriescono dai canoni tradizionali che fino ad ora hanno etichettato John Legend. Le sperimentazioni sonore ascoltate in Yeezus, l’album che West ha pubblicato a giugno, qui non si sentono, tranne forse in Asylum dove si può apprezzare lo strano abbinamento tra un rullante di tamburi e un singolare strofinio meccanico, che regala quel giusto tocco di tetro all’intero brano. Interessante anche Wanna Be Loved realizzata in collaborazione con Ali Shaheed Muhammad, membro degli A Tribe Called Quest come lo è Q-Tip, che in questo disco produce in solitario Tomorrow dove sembra aver ripreso, ma rallentato, lo stesso sample usato da Dr. Dre per la sua Still D.R.E. (1999).

In tutte le canzoni proposte, Mr. Legend riesce a sfoderare il suo talento sia come musicista e sia come songwriter. Se da una parte continua a sedurre con interpretazioni distese e delicate come quelle di Hold On Longer e Dreams, dove nuovamente si ripresenta accarezzando il bianconero dei tasti del suo pianoforte, subito dopo riesce a rianimare l’ascoltatore con le ritmiche ruffiane che potrebbero piacere a chiunque come quelle presenti in Save The Night e Caught Up oppure in Open Your Eyes dove però la chitarra finale non suona come nella versione originale di Bobby Caldwell.

Degna di nota anche l’eccellente collaborazione fatta con Seal per la sublime We Loved It, canzone che però è possibile ascoltare solo se si acquista la versione deluxe dell’album.

Questo è Love in the Future, un buon disco di soul moderno, che non ha bisogno di pompose anticipazioni e presentazioni mediatiche. Primo perché non è nello stile di John Legend ostentare il culto della celebrità o virtuosismi fini a se stesso, e secondo perché a tutti gli effetti l’album si presenta da solo e si apprezza facilmente in tutta la sua bellezza. Tuttavia, c’è qualcosa che non ci convince pienamente. La voce elegante c’è, la musica anche, come pure le produzioni. Quello che purtroppo non sentiamo e che effettivamente mancava anche nel precedente lavoro è qualcosa che potremmo chiamare diversità creativa. Sembra fatto tutto con lo stampino, uno stampo pressoché perfetto, ma pur sempre ripetitivo.

Tutto sembra rigorosamente omologato. Anche l’intro e gli interlude sono così completi da lasciarci sorpresi. Questo può andare bene per il primo, il secondo album, ma ad un certo punto ci si deve nobilitare, elevare al rango di vera star, soprattutto se hai delle doti da fuoriclasse come le sue. Noi siamo convinti che abbandonare la perfezione assoluta per lasciare spazio ad un po’ più di coraggio potrebbe trasformare in forma unica quel lavoro che poi risulterà essere più raro e più prezioso. È un po’ come quando si andava a scuola e ci sentivamo rimproverare: è bravo, ma potrebbe fare di più. Questa volta però, siamo noi a dare questo consiglio al professore.

La recensione la trovate anche su musicpost.it

4 comments

  1. ciao simo, scusa se posto qui anche se non c’entra nulla con l’articolo. a te e a tutti quelli che come me seguono il tuo blog chiedo: avete mai provato a cantare U GOT THE LOOK sulla base di BOB GEORGE? combaciano perfettamente. Non potrebbe U GOT THE LOOK essere una articolata versione di BOB GEORGE??? Cronologicamente ci starebbe, non credi/credete? Scusa ancora per l’intrusione! Arturo Bandini art.raf.band@gmail.com

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  2. Devo essere sincero non ho mai trovato un legame tra le due canzoni. Il periodo di registrazione è lo stesso, dicembre 1986. Entrambe hanno un suono freddo e metallico. Posso dirti che, piu’ di una volta, U GOT THE LOOK è stata paragonata ad “Addicted To Love” di Robert Palmer (1985).

    Ciao
    Simone

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  3. Grande! Grazie per una risposta cosi’ tempestiva. Non me la ricordavo addicted to love, in effetti il cantato delle due canzoni e’ pressoche’ identico nella strofa. Il mio dubbio era che con la stessa base (e’ la stessa, gli stessi “accordi”, la stessa armonia, gli stessi cambi alle stesse battute!!), prince abbia fatto due pezzi: il primo, Bob George, quasi un pezzo teatrale, rappato? recitato? comunque del tutto essenziale; il secondo, U got the look, molto piu’ articolato e arrangiato. Restera’ un dubbio per sempre, anche perche’ il giro alla base di queste due canzoni e’ un semplice, regalatissimo blues. Ciao simone e ciao a tutti!

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  4. E’ abbastanza tipico di Prince costruire piu’ brani con la stessa base ritmica e armonica. Se lo avete visto dal vivo o possedete qualche live lo si nota ancora di piu’. Fa parte di quella ultrara caratteristica umana che si chiama genio…

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