Minneapolis, viaggio al centro della musica #2

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Sul sito di RollingStoneMagazine trovate la seconda puntata del reportage scritto da Federico Geremei tutto dedicato a Minneapolis.

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RS Viaggi / Minneapolis: on air, on stage, downtown

Continua il viaggio di Federico Geremei nella città americana : questa volta, entriamo nel “nostro campo”, la musica…e ce n’è per tutti i gusti!

Di cose da fare, vedere e ascoltare ce ne sono tante a Minneapolis – come in molte metropoli, certo – ma il fil rouge della musica non semplifica il lavoro al reporter ché la densità sonora (on stage, off stage e on air) di questa città ne innerva il tessuto più profondo. Un punto di partenza “obbligato” però c’è, e il suo nome sembra scelto apposta per iniziare l’esplorazione. Il First Avenue è un ex terminal della Greyhound Bus, trasformato nel 1970 nell’Uncle Sam’s – all’inaugurazione s’è esibito Joe Cocker – poi solo Sam’s per altri dieci anni e da trenta è il main stage della città. A testimoniarlo ci sono le cinquecento stelle che campeggiano, con i nomi di altrettanti performer, sulla facciata e sull’angolo con la 7th street, cui si accede all’omonimo locale collegato al First Avenue.
Buona parte delle riprese di Purple Rain sono state fatte qui. Speaking of which: nel video di Dancing in the Dark Springsteen canta “Stay on the streets of this town and they’ll be carving you up alright” e poco dopo invita Courtney Cox a ballare con lui. Erano al Met Center di Minneapolis. La lista dei video è lunga, tre su tutti: gli Aerosmith di I Don’t Want to Miss a Thing, i Foo Fighters con Back and Forth e il rapper Marc Irv che nel video della malinconica My Hometown alterna decine di volti a scorci cittadini. E, già che ci siamo, include molte scene di Trauma che il nostro Dario Argento ha girato nella capitale del Minnesota.

Speaking of which (#2): drammi, commedie, musical & co animano da quasi un secolo il Theatre District lungo la Hennepin avenue e le vie intorno. Da non perdere sono il Walker Art Center, l’Orpheum, il Pantages, il New Century e lo State Theater. Un altro landmark cittadino prende il nome dal padre del folk americano più profondo, Woody Guthrie: il vecchio Guthrie Theater è stato in funzione per quasi mezzo secolo, fino a quando è stato demolito nel 2006 e, oggi, sui resti e nell’area intorno si stagliano le gigantesche opere dello Sculpture Garden. Il nuovo Guthrie l’ha ideato Jean Nouvel – due anni dopo ha vinto il Pritzker Prize (il “nobel dell’architettura) – sulle rive del Mississippi, a due passi da turbine, ponti e silos. Minneapolis è stata, infatti (ed in parta ancora è), la capitale dell’industria alimentare a stelle e strisce con grano, cereali & Co a riempire dispense, pance e conti in banca.

Torniamo al 2013 (e alla musica). Il Cabooze è uno dei tanti roadhouse della città, sul suo palco si alternano hip hop, rock più o meno mainstream, le mille nuove varianti del folk del Midwest e molto altro. Lo stesso vale per i bar lì vicino o per quelli in cui l’arte culinaria – sofisticata (ma non snob) al Dakota Jazz club e senza fronzoli (ma d’autore) all’Hell’s Kitchen – miscela salse, decibel, carne di bisonte e birre made in Minnesota. Serve forse una guida per orientarsi: il modo migliore è sintonizzarsi sulle frequenze di The Current, emittente radiofonica che a Minneapolis è una istituzione. Miscela i suoni più pop e catchy con qualche avanguardia, pesca dall’underground di qualità, rievoca vecchie glorie e lancia nuovi talenti.

Tra gli eroi locali vanno segnalati i Trampled by Turtles (bluegrass rivisitato), i Solid Gold (pop rock etereo, quasi ipnotico), Mason Jennings (incatalogabile e poliedrico, bascula tre le ballate unplugged e intimiste ai riff stracarichi, potenti e sopra le righe), i Polica con la frontman Channy Leaneagh a far vibrare le corde vocali come un moog umano, i Motion City Soundtrack (rock che non ha bisogno di presentazioni, sono sulla scena da quindici anni).

La scena hip hop e dintorni merita un discorso a sé. È fatta di collaborazioni, fusioni e scissioni – come quella rock ma è più dinamica, quasi instabile ed esplosiva. Due collettivi tengono insieme tanta vitalità e varietà: Doomtree e Rhymesayers.

Speaking of which (#3): le label scoloriscono, i gruppi si sciolgono ma molto rimane e ci si reinventa a Minneapolis. Mold Sugar (Hüsker Dü) e Paul Westerberg (The Replacements), per fare solo qualche nome, hanno intrapreso diversi progetti e Dan Wilson (Semisonic) ha vinto un Grammy per Someone like You di Adele

Di Federico Geremei

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Fine seconda puntata

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