Minneapolis, viaggio al centro della musica

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Sul sito di RollingStoneMagazine trovate la prima di quattro puntate, di un reportage scritto da Federico Geremei tutto dedicato a Minneapolis. Vi propongo il primo articolo. I successivi saranno pubblicati settimanalmente sempre sul sito di RollingStone.
Un ringraziamento a Giuseppe Ceccato.

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RS Viaggi/ Minneapolis, il senso dell’arte

È la città di Dylan e Prince, ma anche di Schultz (Snoopy, per intenderci!). Insomma, un gran bel posto, ricco di musica e cultura. Ecco la prima parte di un reportage in quattro puntate…

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Immaginate una terra grande come l’Austria, piallatene monti e valli fino a ottenere una sfoglia di praterie sconfinate, stendetela in modo che diventi tre volte più estesa, riempitela di laghi in abbondanza e fiumi quanto basta. Fatto? Ora collocatela sulla cartina degli States – nella parte più in alto, al confine col Canada – in modo che adersica alle lande dei due Dakota, al Winsconsin e l’Iowa. Vi siete persi? Siamo nel Midwest, Chicago e Kansas City sono entrambe a 700 chilometri. Guarnite ora il tutto con cinque milioni di persone (in buona parte di origini vichinghe) stando bene attenti a concentrarne due terzi al centro, sotto i neon dei teatri, tra le luci strobo ai lati degli amplificatori e i riflessi delle vetrate dei grattacieli. Il viaggio nel cuore del Minnesota inzia qui, nella sua “doppia capitale”, Minneapolis – Saint Paul.

A Minneapolis – metropoli in cui, giusto per fare qualche nome, Dylan, Prince e i Soul Asylum si sono formati e affermati – la musica è una cosa seria, pulsa e vibra ad ogni angolo. È un ecosistema solido, esteso e di qualità, una galassia sonora che ha poco da invidiare a quella di realtà a stelle e strisce ben più conosciute e affermate. Pare, però, distante e chiusa in sé. E invece…

I teatri, tanto per iniziare: in città ce n’è una concentrazione che in America è seconda solo a quella di Broadway. Sono spuntati come funghi – o sbocciati come fiori, fate voi – un secolo fa col vaudeville e si trovano quasi tutti lungo la Hennepin Avenue, nel Theatre District. Minneapolis e Saint Paul sono tradizionalmente – statsitiche e pagelle alla mano – due delle città più “educated” degli Stati Uniti e l’eccellenza nella formazione si riscontra anche nel mondo della musica. Dalle scuole più grandi – due su tutte: il Mc Nally College of Music ed il Macphail Center – alle tante istituzioni in cui si impara a comporre, ascoltare e produrre musica, l’offerta è capillare e vastissima. C’è solo l’imbarazzo della scelta ma la cultura sonora non è solo per addetti ai lavori: esce dagli studi di registrazione, rimbalza nell’etere delle tante radio locali – indipendenti e mainstream – e, planando di tanto in tanto sui numerosi negozi di vinili, saltella dai garage ai palchi di bar, roadhouse, centri d’arte e arene. Ventiquattro ore non stop, ogni giorno. Rain (anzi, snow) or shine. Il tutto è poi  arricchito da culture diverse e geograficamente distanti ma ben radicate, come quelle del Corno d’Africa e delle steppe asiatiche ché le comunità somale e mongole sono tra le più grandi del Nordamerica.

Tra Minneapolis e Saint Paul, la sua twin city, ci sono soltanto pochi chilometri, ma tutto è declinato in maniera diversa: ci si muove meno lungo le skyways sospese e si passeggia più nei vicoli in compagnia di statue che ritraggono i Peanuts (March Schulz, il lotro creatore, è nato qui), il Mississippi è sempre presente con le chiatte lente e i battelli all’ancora (quasi una cartolina animata) tra gli echi cupi dei processi ai fuoriliegge e delle esecuzioni durante il proibizionismo. Le breaking news che negli anni ’30 appassionavano l’America mettevano a dura prova i nervi dell’FBI e i taccuni dei cronisti di Saint Paul.

Tutto merito, si fa per dire, di Baby Face Nelson, John Dillinger e gli altri gangster. Di quell’epoca speak easy rimangono tracce e suoni col jazz e lo swing ancora live in locali ricavati in cave nella roccia. Non c’è solo oleografia d’annata e sussurrata a Saint Paul: i watt e i decibel pompano spavaldi all’Xcel center e passano dal folk all’indie rock nei dive bar. Cosa tiene insieme tutto questo? La miscela speciale di cultura universitaria dal basso (ma non per questo amatoriale o a tempo perso) e quella alta, professionale – più discreta che snob, Dylan e Prince ne sono un esempio – amalgamate dalla vitalità di artisti che competono collaborando (o viceversa, cambia poco). E, soprattutto, il più puro e primordiale dei bisogni musicali: quello dell’ascolto diretto, immediato, potente. Get Out (of home), Get In (here) è il mantra della costellazione di locali che invita a maratone di musica in un calendario fitto di performace. Prezzi bassi e ottime birre fanno il resto.

Di Federico Geremei

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Fine prima puntata